La questione della lepre e del cane da ferma…

Volendo fare i citazionisti precisini, bisognerebbe pescare da Senofonte. E invece chiamo in causa Plutarco per dirvi che, se quelle di lepri e segugi sono dalla notte dei tempi vite parallele (vero com’è vero che i secondi esistono quali nemesi delle prime), altrettanto non può dirsi per quel che concerne gli strani rapporti tra l’orecchiona e i fermatori. Una storia fatta di “rapporti occasionali” e “insane passioni”, di sorprese e carnieri differenti: pur tuttavia una storia anch’essa vera e che per questo merita d’essere raccontata al di là e sopra ogni polemica…

Una storia antica che sta tornando di… moda

Fantastico carniere di primo novembre, con un grosso maschio di lepre a far bella mostra di sè nel mezzo di una giornata a beccacce. 

Anch’io son stato alle poste, ho udito le canizze ed ho tirato alla “bestia nera”; ma non sono in alcun modo un cinghialaro. Non lo sono (e mai lo diventerò) anche se ogni tanto mi è persino capitato pure d’incannarne andando a giro coi miei cani, oppure appostandoli con carabina ed ottica e quant’altro.

È molto di più, infatti, quel che ci vuole per essere definiti tali: parlo di una scienza esclusiva e di una pratica altrettale, che sola s’indirizzi ad insidiare il cinghiale con le tecniche sue tradizionali. Il tutto che poi sfocia in un’esperienza cementata dalle decine e decine di volte l’anno in cui “quelli veri” si confrontano col Sus scrofa: ed il sacrificio che ovviamente viene santificato da carnieri proporzionali all’impegno ivi profuso…

È per le medesime ragioni che vero lepraiolo può e deve dirsi solo colui il quale, coi segugi, cacci da sempre e con monomaniacale, artistica passione l’orecchiona. Qui arrivati, tuttavia, tocca operare un distinguo che è poi il cuore di questa modesta trattazione. Gli è, in effetti, che, mentre se non sei un cinghialaro – e sottolineo il NON – è più che probabile tu mai veda un cinghiale dal vivo (o ti capiti massimo tre o quattro volte in una vita di tirargli anche con cani altri dai segugi e che pur “gli danno”), tutt’altra cosa dicesi invece per quel che concerne la lepre; la quale non è raro divenga invece suo malgrado preda di cacciatori in tutt’altre faccende affaccendati. Occasionale un po’ per tutti. Quasi sistematica per altri anche se non specialisti. Chi sono? Di cosa sto parlando? Semplice, del legame che da sempre esiste tra cani da ferma ed orecchiona (alla faccia delle superspecializzazioni presunte e millantate oggi), e di come questo legame sia stato e continui ad essere – ove possibile – quintessenza della nostra privata e nazionale storia della caccia cacciata. Quella vera, al di là d’ogni retorica. Né più né meno.

Basta ricordare o farsi raccontare per rivedere, per conoscere, per capire.

La leggenda dei cani da ferma e la lepre

All'apertura, è sempre bene in basculante tenere sempre come secondo colpo una bella cartuccia corazzata con piombo anche da lepre...

Ne emerge una “favola” bella, matrice di mille storie in cui si odono narrazioni di aperture sotto soli feroci, durante le quali carnieri di starne e quaglie son conditi sempre da due o tre lepri (che fatica se le si pigliava all’inizio della caccia e poi toccava portarsele appresso tutto il giorno!). Squadre di codaioli i cui tableaux son più che farciti da lagopodi. Giornate storte di caccia al monte, al piano ed in collina, d’autunno come d’inverno, salvate dal capitombolo d’un bel leprone raggiunto dal piombo fatale d’un coturnat o di un grande beccacciaro.

La cosa, poco da fare, era ed è essenzialmente propiziata da due fattori eclatanti su cui non possiamo sorvolare: 1) da un lato, la condivisione della specie-lepre (quando presente, ovviamente, ed oggi è tornata ad esserci in molte zone in contingenti notevolissimi) dei medesimi habitat di altre che negli stessi periodi s’insidiano con i cani da ferma; 2) dall’altro – quale razza più, quale meno (ma è più una condizione di soggetto) – la tendenza che comunque tutti i fermatori hanno d’interessarsi anche alla lepre.

Se sotto ferma, una lepre completa il quadro ancora oggi assieme a uno spelndido fagiano.

Partiamo quindi dalle aperture. Dove si cercano le quaglie? Nei campi a medica e nei prati incolti, specie se di panicastrella. Ovvero gli stessi posti bazzicati nottetempo dalle lepri e nei pressi dei quali – quando non a covaccio proprio lì – sovente il cane esperto riesce a pizzicarle.

Dove si va di poi a fagiani o per pernici? Tra gli sporconi di campagna e le boscaglie. Ossia in quei luoghi in cui le lepri – specie le più vecchie – sono use far giaciglio.

Dove si va dunque a beccacce? Diciamo pressoché ovunque vi siano boschi ed intrichi vegetali. Comunque in quegli ambienti che in autunno si dimostrano quali i ricetti più ricercati dalle lepri smaliziate. E qui mi fermo che tanto avete capito! Orbene, è durante queste scorribande, dicevamo, che frequentemente un tempo e non di rado neppure oggi chi possedeva dei cani da ferma degni di tal nome riusciva a levarsi delle immense soddisfazioni anche nei confronti delle lepri.

E siamo alle… dolenti note!

Lepre sì o lepre no?

Ve n’è per i quali un cane da ferma mai dovrebbe dare alla lepre. Altri ne sono invece ai quali un cane che disdegna il lagopede non vale nulla. Penso che le ragioni dei primi siano tutte da ascriversi a nefaste esperienze con cani che, anziché da fermatori, nei confronti della lepre – colti d’ancestrali retaggi segugeschi – pigliavano a caricarle tutte inseguendole e scagnando sin sulla passata e via via per valli e forre. Cioè, non permettevano di tirarle e sciupavano una giornata intera di caccia tornandosene trafelati dopo una corsa folle d’un’ora e passa. Son la più parte.

La combo della soddisfazione, c'è poco da aggiungere. Sia nei campio, che a tavola!

Quanto alle ragioni dei secondi, poco da dire: meglio una lepre in più che niente. Punto. Promettendovi di tornare più ampiamente altrove sull’argomento, per ora dico solo che è un problema essenzialmente di dressaggio, vale a dire di riuscire a far comportare il cane, quello da ferma, come tale sempre, anche nei confronti della lepre. Gli è che oggi interessa a pochi farlo – vogliono fare tutto e subito i “beccacciai” – mentre un tempo era arte sublime quella di tirar su un cane da caccia per davvero, e c’era persino chi riusciva, con amore, a far le nozze coi fichi secchi mentre oggi, ahimè, si vedono fallire anche i matrimoni più sontuosi poiché frettolosamente consumati e basati su sterili fantasie solamente…

Io e “i lepri”

Kelly leggendaria me ne ha fatte ammazzare due o tre per sbaglio. Era maledetta, infatti, con le lepri e me le ha sempre trattate – lei che invece fu fermatrice formidabile – né più né meno che come fanno le “carogne coi caprioli”: cioè, male. Regin me n’ha regalate un paio alla sua prima stagione, poi pochissime e non perché le disdegnasse proprio, quanto piuttosto perché del tutto focalizzata sulla penna e le beccacce. Biba invece me n’ha sempre trovate parecchie e fatte sparare… di più. È in effetti proprio lei il cane della mia prima batteria che più somigliò ai cani “da carniere” d’una volta. Bestiale fisicamente. Instancabile. Di resa pratica assoluta quanto – ahimè – poco stilista e un tantinello nervosa (le beccacce a volte le trattava davvero male). Cionondimeno capace di andare a caccia – specie alla stanziale e alle quaglie – al 110% per il fucile. Con lei ricorderò sempre la lepre magnifica – drammatica – che prendemmo a novembre inoltrato al fosso di Braccone… Le avevo sparato con cartuccette da beccacce – sotto ferma, quindi vicino – che avevano portato via tanto pelo ma avevano lasciato all’animale la forza e la capacità di correre ed andare. Biba non le diede tregua e me la recuperò, sotto un acquazzone infernale di nevischio, almeno un chilometro e mezzo da dove l’avevamo alzata e poi colpita… Rivedo ancora la cagna naso a terra che pista, io che la seguo, lei che mi sparisce sotto un cielo cupo intervallato da vento e fulmini, plumbeo, da tregenda… Poi, improvvise urla lancinanti come se stessero torturando un bimbo tra il più fitto della foresta; e tu che capisci ciò che accade. La lepre, colpita ma non ancora morta, è stata raggiunta dal cane che l’ha finita senza pietà, come sempre in natura. Non v’è colpa, infatti, negli occhi di Biba mentre trotterella verso di me portando stretto tra i denti un leprone di cinque chili; solo la gioia soddisfatta di chi ha fatto bene quel lavoro per cui è nato, assieme alla voglia di divider quella gioia col suo amico cacciatore… Le do solo il sorriso, dunque – “Brava, tesoro, porta” – e il dolore dentro che come sempre è tutto mio…

Ricordando Parigi…

Immagine ricreata del mitico "Parigi", cane di famiglia specialista nelle lepri nei lontani anni '50...

Le ragioni di quanto dico sono tutte da ascriversi al fatto che le lepri c’erano davvero una volta e/o il cane te le sapeva trattare – cioè si comportava da cane corretto –, oppure ammattivi! Una cosa, dunque, simile al capriolo, con in più una differenza: alle lepri si tirava tutti e volentieri; quindi, diveniva necessario che il cane imparasse a “ragionarci”.

Pescando dalle memorie di mio padre (ciao babbino mio carissimo, ovunque tu sia) ne traggo una storia che ben si presta a spiegare quanto dico: quella in cui si staglia fulgida la figura di un cane mostruoso dal nome poi… pazzesco. Darei una falange per averlo potuto vedere. Si trattava di un tipico figlio della disinvolta cinofilia del dopoguerra, quando imperversavano i meticci ed il Bracco-Pointer era considerato, chissà mai perché, il non plus ultra.

Immaginatevi dunque una bestia enorme, dal fisico di un bracco tedesco pre-kurzhaar o addirittura più imponente. Figuratevelo ’sto cagnone a pelo raso, fittissimo e… rosso, mio Dio, rosso: una schifezza! Si diceva venisse infatti da un tedescone mezzo puro e da una setterina, pare irlandese. Fu regalato al “dresseur” di famiglia, che per completare l’opera gli lasciò la coda lunga e lo battezzò… Parigi! Dico: ma vi rendete conto che ridere sentire uno che come un matto urla per i campi: “Pariiigiii”!? Ma come si fa a chiamare un cane Parigi? Perché non Bergamo o Palermo o Chieti?

Tre amici, tanta soddisfazione, per noi e i nostri cani. 

Abbozzo una spiegazione: dovete dunque sapere che lo conduceva Orazio il calzolaio, titolare di una piccola bottega odorosa di colle e cuoio, dove, oltre a riparare, vendeva anche calzature con pretesa di una certa qual classe (questa l’ho vista la bottega, ho fatto in tempo, e ci ho conosciuto Orazio parlandoci di caccia!). Poche riviste c’erano dentro, e solo venatorie. Facevano eccezione un paio di cataloghi di scarpe inneggianti a quella che allora era la gran moda e basta (ecco che ci siamo arrivati): quella parigina. E fu così che per il potere magico della parola, Parigi – che, se non fosse stato per la mancanza di corna, sarebbe potuto sembrare un vitello anoressico – divenne cane “di classe” anch’esso! Di più, ausiliare memorabile. Ovviamente, come tutti i cani di allora, non sapeva neanche per il cavolo che accidenti volesse dire specializzazione. Cacciava di tutto, bene, e n’era contento. E ne eran contenti, ovviamente, anche i miei. Fermava ottimamente le starne e le cercava meglio, con calma e piede di velluto. Non disdegnava le quaglie e soprattutto la beccaccia (il suo record fu fatalmente di 19, un 19 marzo di… 10.000 anni fa). Quando arrivarono (perché prima non c’erano, lo sappiano i giovani) si dimostrò feroce antagonista anche dei fagiani. Dei quali era anche gran riportatore e soprattutto recuperatore; anche se in verità – mi raccontava babbo – come tutti i cani fatti a starne e beccacce indugiava un po’ troppo nella ferma (cioè “fermava troppo”) e ne perdeva qualcheduno, ragion per cui Orazio gli affiancò un volpino scovatore… Parigi cacciava. Gli altri pure, con il volpino alla corda. Parigi fermava e a quel punto partivano gli ordini: “Cane punto, tutti pronti? Lascia il volpino!” E quello – zam! – che si buttava a capofitto nel folto e faceva alzare il fagiano (sovente erano “I” fagiani!). A quel punto, dopo il tiro, il bivio: se arrivava Parigi sulla spoglia, bene. Se arrivava invece il perfido volpino, cavoli amari, che sottraeva il colchico, spariva e s’ingozzava. Fu così che mio padre apprese l’arte del tira e corri… ma stiamo divagando, anche se c’è più verità in queste rustiche note che in tanta prosopopea contemporanea fatta solo di retoriche poesiole ripetitive, e neanche tanto ben confezionate. Penne e pelo, dunque, per Parigi non c’era problema.

Dove eccelleva, tuttavia – eccoci qua – era sulla lepre, riuscendo addirittura – cosa apprezzatissima all’epoca, quando le cartucce costavano davvero – a fregarne qualcuna al covo (solo lui e il diavolo sapevano come facesse). In caccia le distingueva agli occhi dei suoi compagni col fucile con tutto l’atteggiarsi del suo essere, specie poi di quella coda che Orazio – con preveggenza oracolare – volle lasciargli lunga. Funzionava così: passata di penna? Ecco che il movimento della coda avveniva perfettamente a metronomo sull’orizzontale. Di qua e di là, di qua e di là…

Lepre, invece? Ecco che la coda pigliava a vorticare disegnando dei cerchi immaginari nel vento. Ed i miei “avi” che immediatamente sapevano cosa fare, non sprecandone mai una…

Due note tecniche

In inverno, a beccacce, la lepre la si spara solo e soltanto se fermata in maniera impeccabile e dappresso, dato che il piombo fine nel long range rischierebbe solo di ferire l'animale. 

Nessuno esce di casa coi cani da ferma per cercare specificamente le lepri, oggi. Come dicevamo, infatti, parliamo di preda certo apprezzata, ma in ogni caso per natura occasionale.

Ne deriva che alla bisogna le si spara con quello che s’aveva in mano al momento dell’incontro, se le si spara.

Infatti…

Siamo a quaglie e per certo abbiamo arma a canne corte e munizioni molto leggere, armate da pallini assai “sottili” (10 e spesso 11): se non è nel raggio dei 15-20 metri massimo, alla lepre è meglio non sparare onde evitare inutili ferimenti.

Idem se ci troviamo a beccacce, specie poi se muniti di canne con strozzature cilindriche o raggiate e munizioni di per sé sempre piuttosto dispersanti (e anche questa volta a pallini fini). Anche qui, se il tiro non avviene d’appresso, meglio lasciar perdere e gustarsi l’orecchiona che se ne corre in pace per i fatti suoi. Va benissimo così.

Tutt’altra cosa, invece, nel periodo di prim’autunno, quando prede d’elezione sono i fagiani (e, dove presenti, le pernici) e di sicuro ci troveremo equipaggiati di fucili giusti e altrettali munizioni, che senza problemi ci permetteranno d’ingaggiare anche la lepre certi di efficaci e puliti abbattimenti.

Un solo consiglio di tipo personale, anzi due…

  1. Se lontanissimi dalla macchina e con ancora un ampio giro da effettuare, ci si ricordi che una lepre pesa come sia 3-4 chili, e poi tocca portarsela appresso per ore ed ore (ne vale la pena?).
  2. Presa, è buona cosa strizzarla subito per eliminare del tutto feci e urina. E in caso – se la legge locale lo permette, si è capaci di farlo e oltre alla ladra si ha anche un sacchetto impermeabile dove poi riporla – sbuzzarla e quindi eviscerarla completamente.

L’operazione ha due scopi: salva la salubrità e la qualità organolettica delle carni, nel mentre alleggerisce il fardello da portarsi poi appresso sino all’auto.

Folli lamentazioni…

Il setter per certo non è un cane da lepre, ma altrettanto vero che quelli bravi sul serio, le fermano eccome, per la gioia loro e dei loro amici a due "zampe".

Per concludere, un’altra storia: quella di Tizio che mi telefona lamentandosi e piagnucolando quasi gli avessero diagnosticato un male incurabile o gli fosse morto un parente, e invece era solo perché il suo cane (udite, udite!) dava di molto alla lepre. “Pensi – mi dice –: due settimane fa mi ha fermato due lepri!? Una gliela ho presa, ma speravo fossero beccacce.”

“E allora?”, chiedo…

“Niente, volevo sapere come si fa a levargli il vizio.”

“Il vizio di cosa, mi scusi: delle lepri o di fermare? Perché è questo il punto – incalzai –: le beccacce poi le trascura o le butta via? Le lepri le rincorre per giorni?”

“No, no – mi replica – ma me le ferma, capisce? E io, sa, vorrei un cane solo beccacciaio, di quelli che, insomma, lei ha capito…”

Io magari ho capito, ma lei di cani e di caccia – mi scusi – se non capisce niente poco ci manca!

…E ora spero mi capiate anche voi mentre vi dico che queste furono le parole con cui chiusi definitivamente la telefonata: essere matti va bene, essere fissati anche, ma non ho mai sopportato chi – per futili ragioni estetizzanti, mode o sciocchezze varie – si lamenta del brodo grasso quando c’è chi muore sul serio di fame.

Immagino infatti cosa darebbe un giovane alla prima licenza, col suo cane di un anno, per sparare ad una lepre sotto ferma e far così ritorno a casa, trionfante…

…Ecco, immaginatelo anche voi.

Spesso, anzi, non bisogna nemmeno immaginare, se si è cacciatori nell’anima oltre che nella carne e nel sangue: basta… ricordare con tutta la poesia che ci vuole.

Video: la lepre e il cane da ferma