Un habitat, una storia, cento avventure…
Caccia al fiume suona strano.
Eppure lasciate che vi racconti come la scoprii, prima di giudicare…

Ero con Giuseppe e quella giornata di primo novembre di tanti anni fa, era fantastica. Fresca, grigina, con le brume che salivano fantasmando sulle acque. Da tanto non pioveva e si poteva dunque cacciare camminando direttamente sul letto, con gli stivali sovente a sciabordare fra i parecchi tratti facilmente guadabili; i cani a fare di qua e di là con puntate tra le tipiche essenze acquatiche, le pozze e le numerose boscaglie presenti sugli argini via via sino ai coltivi. Ovvero, qualche stoppia di formentone, arati, orti e vigne che salivano a principiarne il tratteggio più che a disegnare ancora le colline. Un ambiente, insomma, ma come pochi vario e colmo di quella magia differente che solamente un tratto d’acqua dolce è capace di conferire alla terra che attraversa. A giro per i soliti posti erano settimane che non si vedeva penna. Lì, appena arrivati, ci sorvolò (a fucili scarichi ovviamente…) un bel volo d’alzavole proveniente dai laghi del vicino frantoio abbandonato. Partimmo, e fu subito com’essere in un viaggio in un altro universo; con un “paese” capace di creare una dimensione di caccia nuova e inusitata per chi, magari solo delle colline e dunque solamente con il campo ed il bosco nel cuore, si trovava per la prima volta al fiume.

Lì, tutto era nuovo e sapeva di scoperta. Dalla visuale aperta, con tratti in cui l’orizzonte spaziava senza soluzione di continuità; sino a giungere ai suoni ed ai profumi, tutti dominati dall’elemento acqueo: fluire tra i sassi e scrosciare in cascatelle, scorrere argentino che ritma l’incedere di uomini e cani. Dappertutto quel profumo poi – come dicevo - che per tanti di noi magari era sempre stato solo “la pesca”, ma che da quel momento in poi, non di meno, diveniva anche “la caccia”. Il tutto pervaso da un’atmosfera magica ma diversa; e capii perché se il bosco fu dalle leggende eletto a dimora di gnomi e folletti; fiumi, fonti e torrenti vennero altresì popolati d’ondine e fate differenti: femmine quasi sempre, per la loro capacità d’avvincere e stregare. Far ammalare un uomo d’amore profondo per un posto senz’eguali.
A chiudere l’incantesimo ci si mise infine la mia solita fortuna (io, per darmi delle arie, tal volta la chiamo “istinto venatico”, i miei amici sempre e solo “culo”); fatto sta che vedemmo per altre due volte delle anatrine, trovammo una fagiana tremenda (che ci fregò in almeno due occasioni), e fermammo tre gallinelle delle cinque ben lavorate dai cani. Insomma, ci si divertì, passando una giornata tutta in overdose d’adrenalina a causa dei numerosi confronti con specie pur “esotiche” tra canneti, giuncaglie e tiri a sferzar l’acqua. Lo dico anche ai più puristi insomma, fatevi una botta di conti: 5 (gallinelle) più 2 (fagiana) più 3 (le anatre) per un totale di 10 incontri con specie cacciabili; aggiungete ora il fascino intrinseco dell’ambiente raddoppiato dalla novità, la vista di selvatici decisamente strani per chi è abituato a cacce solo di bosco e di collina, e moltiplicate ora il tutto alla ventesima potenza - quanti erano gli anni miei d’allora - e finalmente capirete spero, le ragioni del mio paradossale (poiché acceso dall’ …acqua) incendio di passione.

Fatto sta che di lì in poi m’innamorai letteralmente della caccia al fiume e soprattutto di qui cani capaci di cacciarvi. Vederli trotterellare tra i ciottoli e l’acqua; vederli nuotare e poi correre tra spruzzi che sfrigolano alla luce del sole che vi danza in mezzo; contemplarli in un’alternanza di fasi di ferma (sui selvatici che la reggono e l’esigono) ed altre di forzatura e strappi (indispensabili coi rallidi, quali gallinelle e porciglioni) entusiasmanti. Su tutto poi lo spettacolo incalcolabile del riporto dall’acqua; una roba da morire, che chi non ha mai visto eseguire dal suo cane non può neppure immaginare. E poi la caccia varia e diversa; poiché è qui – con un occhio, anzi tutt’e due al carniere - che sta il fascino più puro nonché la peculiarità del fiume: nella virtuale possibilità d’incontro sulla scia delle stagioni con pressoché tutte le specie cacciabili con un cane da ferma. Le quali, in base a particolari fattori temporali e climatici, proprio verso i rivi son solite fare periodicamente meta (anche se non tipiche), rendendosi dunque disponibili per quei cacciatori totali a due e quattro “gambe”, eclettici e perciò capaci come l’acqua d’adattarsi sempre al “contenitore”: ossia all’attimo, all’ambiente e alla situazione.
Cani acquatici

…Fatto sta che da quella volta, decisi che per me avrei sempre voluto cani dalla spiccatissima acquaticità; abituati sin da piccoli alla dimensione idrica e che si dimostrassero capaci nel tempo – dopo l’iniziazione beccacciara - di discernere le emanazioni e lavorarle di conseguenza. Dappertutto. Come si deve! Non è di magia che sto parlando, ma di andare a caccia ed addestrare come fosse un lavoro, levandosi dalla testa tanta teoria e scemenzame vario, ed uscendo come i… matti! Sempre, con ogni tempo: con la caccia nell’anima e nel cuore! Presi dunque a tenere i kurzhaar, che mi davano i vantaggi di un cane a pelo corto sì (facile da pulire e asciugare e con un manto che non offre presa a loppe etc.) ma rustico e forte, tetragono, con innate tutte le qualità del fermatore di classe (indispensabili per il bosco e la beccaccia) ed in più capace di un elevatissimo livello di plasticità; e con questi iniziai a frequentare abitualmente anche i fiumi, con la sola accortezza di non portarceli mai, a caccia (tutt’altro dicesi in allenamento), se prima non si fossero dimostrati già fermatori a prova di bomba. Ché per un cane di solida psiche, la cui ferma sia stata cementata, la caccia “anche” ai ralli e ai becchi piatti possa costituire elemento di “rovina” è una baggianta bella e buona.

Se ne potrebbe dedurre che siano dinnanzi a un “eretico” concetto di cinofilia venatoria, non più “per animale” (trialer starnista, cane beccacciaro, beccaccinista etc.), ma per ambienti. E invece, stiamo solo parlando di quella che ormai è la prassi cinofila a livello planetario: ovvero, quella che ci parla di cane tutto terreno (buono poi per tutti i selvatici) quale solo ormai capace di soddisfare al più alto grado, con carnieri consoni, la passione sua e del suo conduttore. Intendiamoci: certo la beccaccia in primis e su tutto. Praticata con arte e gran mestiere. Ma anche la quaglia ed il fagiano e le pernici. Per arrivare infine a tutte le specie limicole ed acquatiche, pezzi neri o bianchi che siano; che tutti e dappertutto pretendo i miei cani sappiano negoziare ammodo, consentendo dunque a me di far caccia sempre… o almeno di provarci! Cosa fare infatti se si è cinofili ed il colle è tutto secco già dall’apertura, il monte pure e arriva ottobre e ancor non piove? Ecco la soluzione: andare al fiume! E non è raro – anzi - che vi capiterà di beccare qualche fagiano, qualche quaglia, le prime pizzarde, anatre e poi ralli sin da settembre. Cosa poi ad autunno ed in inverno se già a quota 100 c’è la neve ed ovunque è tutto ghiaccio? L’alternativa è o casa o ancora al fiume! Dove spesso vi succederà di fregare la beccaccia o d’incrociare i ferri con un volo d’alzavole, gallinelle, capoverdi, beccaccini e porciglioni. Ed è normale trovarci anche lepri e cinghiali; per non dire di pavoncelle e specie “strane”, come un po’ sono tutti i limicoli per i cacciatori col cane. Un dato emerge dunque con grande evidenza: che quella al fiume è caccia sommamente a-specialistica – gradevole sempre e sempre possibile - capace altresì di divenire la sola quando quelle specialistiche diventano per varie ragioni classicamente impraticabili. Cioè: già di per sé il fiume, come ambiente umido, può ospitare specifiche specie dell’acqua e del pantano da insidiarsi col cane: dai classicismi beccaccini alle rusticane gallinelle passando per i frullini. A ciò si aggiunga poi che l’acqua – ben più del cibo - è la base di qualsiasi biologia conosciuta; ergo sarà proprio verso questa che un po’ tutti gli animali tenderanno a fare meta quando altrove divenga impossibile reperirne. Capiterà insomma, come dicevo, nei periodi di secca (sempre più frequenti) - ed altrettanto nei periodi di neve e forti gelate prolungate - che anche “principi” e “pricipessine” dei campi - e non di meno le regine del bosco - siano costretti a fare di necessità virtù per una “micromigrazione” fluviale. Ed è naturale, visto che anche noi – come uomini dico - proprio sui fiumi, poiché fonti di vita, abbiamo voluto costruire le nostre città più importanti! …O pensavate che Roma-Tevere, Praga-Moldava, New York-Hudson, Parigi-Senna, Firenze-Arno, Londra-Tamigi etc. fossero abbinamenti nati dal caso?
Tecniche

- Cani. Domandina: ci sarebbero razze da ferma (perché è di queste che siamo parlando) tra quelle a grande diffusione teoricamente (e sottolineo il teoricamente) più adatte di altre a cacciare al fiume? Risposta secca: si, eccome! Queste sono, nell’ordine: 1) quelle che potremmo chiamare “griffoniformi” e che trovano nel nostrano spinone – specie poi se “moderno” e di gran genealogia - l’archetipo. L’Italiano Baffuto, dunque, affiancato da Korthal e Drathaar, con quest’ultimo forse caratterizzato da una marcia in più rispetto agli altri due. 2) Seguiti poi dai due “setter strani”, ovvero il Gordon (superiorissimo) e un “tantinello” anche l’Irlandese.
Tutto questo perché lo scozzese nasce ab ovo quale cane da zone umide e l’irlandese… pure! Mentre i “griffonomorfi” sono da sempre razze rustiche, caratterizzate da derma spesso e pelo e sottopelo a prova di tutto, che così come si mostrano in grado d’affrontare qualsiasi essenza tagliente e spinosa senza riportarne offesa (così son quelle fluviali); altrettanto si dimostrano capaci di tollerare temperature estreme verso il basso e costanti inzuppature quali fossero pioggerelle d’aprile. Anzi, è proprio la costante presenza d’acqua che li fa in sommo grado adatti al fiume annullando quello che sarebbe il loro unico handicap: la scarsa resistenza al caldo. Questa, al fiume, anche sotto un cielo di settembre che par luglio, grazie alla possibilità di costanti e prolungati bagni – e ricche bevute - semplicemente smette d’essere un problema…
Altra domandina: c’è qualche razza che - sempre teoricissimamente - sarebbe bene non prendere tanto in considerazione per cacciare al fiume: sì, e sono il Pointer ed il Breton.
Il primo rischia infatti di essere (e un po’, in questo, anche il setter inglese) un cane troppo nevrile e veloce, fracassone e dal raggio d’azione esagerato per un ambiente come quello acquatico in cui i rumori si propagano a distanze chilometriche, e dove – comunque - si rischia sempre d’imbattersi in specie (si pensi alle anatre) che la ferma prolungata non la sopportano proprio, anche se portata da 100 metri!

Si pensi poi alla sua pelle: è l’esatto contrario di quella di un Drathaar o di uno Spinone. Sottile, tirata, quasi translucida: pare fatta apposta per pungersi nei rovi e nelle macchie e per tagliarsi alle perfide “carezze” delle canneggiole. Il freddo poi: come fa – vien di domandarsi - a sopportare il freddo con quel velo di cipolla addosso?!? E vi son giorni in cui si caccia con gli argini ghiacciati, la neve e le galaverne…
Solo la piccola taglia, invece, sembra porsi quale freno all’incedere del francesino che tra fitte giuncaglie, canneti impenetrabili etc. potrebbe finire per trovare soverchie difficoltà.
Orbene: chi pensi tuttavia che queste siano verità assiomatiche si sbaglia del tutto. Gli è infatti che tra i più grandi cani (anche) da fiume che mai ho veduto in vita mia, ci son proprio un paio di Pointer, un Breton ed un Setter inglese! Almeno quanto tra le più grandi carogne ricordo proprio alcuni Spinoni, un Drathaar e su tutti l’irlandese più carogna del creato: non solo cercava male (sdegnava gli sporchi) e non fermava manco se gli pigliava una paralisi; ma - incredibile a dirsi - non sapeva neppure nuotare e rifiutava persino di bagnarsi i piedi! Tutto questo per dir che cosa dunque? Niente, la solita storia: la madre dei brocchi è sempre incinta e i cani da caccia validi, oltre che un dono del Cielo (come tutto quel che di buono c’è in questa vita), son solo il frutto di tanta, tanta passione da parte di cacciatori capaci d’andarci davvero a caccia.
- Cacciatori. Questi saran tipi tosti, ben consci di quale sia la prassi in generale al fiume: due cani affiatati e capaci di lavorare assieme. Uno per sponda i cacciatori, a scorrere appaiati, in silenzio, pronti a chiamarsi con un segnale convenuto; gli occhi dardeggianti sempre verso dove potrebbe palesarsi un selvatico. Quatti sulle sponde, col cuore in gola nelle boscaglie dove si cerca il cane fermo. Uno dentro, uno a chiudere verso il fiume: poiché è questo che fanno lì i selvatici: tentare d’attraversare per lasciarci con un palmo di naso! E poch’altro c’è da dire, che non sia frutto delle varie esperienze personali in un’attività che “situazionale”, lo è per statuto ontologico.
Armi e munizioni
Caccia aspecifica per antonomasia, quella al fiume richiederà giocoforza armi quanto più generiche possibile; scelte, tuttavia, con un minimo di cognizione di causa, in base al periodo in cui ci si viene a trovare, specie poi per quel che riguarda il rapporto canne-strozzatura-munizioni.

Due quindi son le ideali in assoluto: il semiautomatico con canna da 66 cm. e strozzatori interni; il basculante con tubi da 66-68 e valori di strozzatura **** e **.
A questo punto, come regolarsi in termini di cariche? Semplice: bisogna tenere presente cosa si pensa di cercare con più attenzione, e cosa si ha più possibilità, verosimilmente, d’incontrare cacciando col cane da ferma; ciò compreso, il resto viene per logica conseguenza. Dunque…

Settembre-ottobre, con in testa i fagiani, sperando in qualche beccaccino (e magari qualche anatra) e l’altissima possibilità d’imbattersi solo in gallinelle e porciglioni: la canna del semiauto sarà strozzata *** e camerata con una prima dosata da fagiani, seguita da munizioni già pensate per le anatre. Il basculante invece, sarà armato da un 6 pieno magari senza contenitore, accompagnato da una buona corazzata specificatamente da anatre.
In autunno inoltrato e pieno inverno dipende solo se: a) abbiamo in testa la beccaccia; b) cerchiamo invece di tutto un po’ in giornate in cui riteniamo impossibile l’incontro con la rusticola. Nel primo caso strozzare ****. l’automatico, camerare una prima a dispersante o senza contenitore e dietro due cartuccioni e via andare (nel basculante la seconda canna sarà la III del semiauto). Altrimenti lasciare tutto invariato avendo cura, semmai, di crescere d’un punto la numerazione dei pallini a meno che non ci s’imbatta in una bella buttata di beccaccini che ci costringa a fare il contrario.
Come avete notato, non ho mai parlato di piombo nelle munizioni, dato che cacciando in zone umide, è obbligatorio l’uso di pallini in acciaio, bismuto o leghe bio compatibili.
Ovvio quindi che, tutte le canne devo essere certificate Steel Proof, cosa che ci porta giocoforza a scartare vecchi tromboni del nonno, per optare su armi modernissime ed efficienti.










