
Versatilità d’uso praticamente infinita. Veloce, rapido. Insuperabile o quasi nelle situazioni più estreme. Sicuro. Capace di colpire laddove gli altri si fermano, tirando fuori alla bisogna la “marcia in più”, il colpo risolutore.
Dedicato, specializzato, lo diventa pure troppo, richiedendo poi un lavoro serio di set-up per situazioni differenti e meno tecniche: generiche.
Bello, elegante, filante: anche se popolare e prodotto in serie ormai praticamente ovunque. Cosa che lo porta ad essere “attrezzo” da caccia fra i più diffusi in assoluto, e non solo sul territorio nazionale. Di cosa parliamo? Ma dell’automatico inerziale - come gergalmente si chiama da tempo immemorabile nell’esperanto venatorio il self-loader -: ci arriverebbero anche un fesso o un animalista (spesso son la stessa cosa)!
Del semiautomatico inerziale, dunque, ma anche no; dato che quello di cui sopra, è sì il ritratto (in tutte le sue varie declinazioni) della creatura partorita dalla mente di Bruno Civolani, ma altresì potrebbe ben essere la fotografia del setter inglese come lo conosciamo oggi, figlio legittimo quale è di un percorso evolutivo/cinotecnico che ne ha fatto - specie poi per quel che ha saputo metterci dentro a livello di genialità la cinofilia specifica nazionale (la scuola setterista italiana, per capirci) - la strepitosa macchina da caccia “più amata dagli italiani”.
Sì, se c’è un’arma a cui paragonare il setter, questo è per certo il semiauto di ultima generazione del tipo che per azionare il ciclo di espulsione/riarmo usa l’energia inerziale del rinculo, concentrandola tutta in una piccola, tetragona molla posta all’interno dell’otturatore che è il vero cuore pulsante di tutto l’ingegnosissimo sistema!
Già, se c’è un fucile assimilabile a un cane svelto di forme, plastico e fedele. Dolce da trattare e al contempo d’efficacia micidiale: lui per sempre lui, eppure con sfumature differenti, questo è per certo il fucile semiautomatico inerziale in tutte le sue varie declinazioni.
Credo sia tempo di conoscerle tutte, continuando sulla scia di questo ardito percorso parallelo...

Storia d’un fucile...
In principio fu il mollone di John Moses, nato ben oltre un secolo fa e già perfetto: il “Browning” (Brouin, Brovnige etc.) che poi fu riadattato e declinato nei prodotti di altre tre case che subito, o quasi subito seppero affiancare e in maniera ottimale l’Auto 5: parlo ovviamente delle italianissime Franchi col suo storico AL “lungo rinculo”, addirittura rieditato pochi lustri fa in edizione “filologica” e di lusso anche in calibro 28 con il significativo epiteto di Fenice; del sempiterno “mollone” Breda, la cui punta di diamante resta l’elegantissima serie Apollo; ed infine del Cosmi, che sempre del sistema a canna rinculante s’avvale (anche se su meccanica riattata e manco poco) per garantire la ripetizione del colpo.

Per anni fu questo l’automatico punto e basta, sinché sfruttando un sistema già in uso sulle armi militari a ripetizione già da tempo, si applicò anche all’arma semiautomatica da caccia il sistema a fori di spillaggio/pistone/contro molle, tipico del “presa di gas”. E fu un trionfo senza precedenti, che se vide almeno sulle prima le case d’oltre oceano far la parte del leone (specie Remington), poi ancora una volta finirà per parlare italiano soprattutto, visto che buoni tutti o quasi i fucili che si fabbricavano in America per cacciare costruiti attorno a questo sistema: ma l’A300 di Beretta, era davvero un capolavoro assoluto! E fu la storia di 1.000.000 di fucili prodotti e venduti nel corso di pochi anni, seguito poi a un’evoluzione della specie che dagli upgrade targati 301, 302 e 303, è finito poi per passare dalle varie declinazioni delle serie URIKA, sino ai giorni nostri con l’incredibile serie 400 e oltre. Lo stato dell’arte del presa di gas in quanto tale, cui è possibile paragonare solo alcuni altri prodotti nazionali, al vertice dei quali quelli fabbricati dalla Fabarm di Travagliato.
E poteva essere non solo leader, ma addirittura tiranno del mercato il presa di gas, visto gli innegabili vantaggi che presentava rispetto al lungo rinculo di canna; non fosse stato che, verso la fine degli anni ’60, un bel giorno un ingegnere di Bologna patito per le armi si presentò a Pesaro da un tal Paolo Benelli, che all’epoca fabbricava moto, con un ragionamento ed un’idea per applicarlo.

“Lei vende moto che pesano un quintale e passa - caro Benelli - sono piene di pezzi a una cifra X; a Gardone, alla stessa cifra X, si vendono fucili che hanno un centesimo dei pezzi d’una moto e usano per ognuno circa 3 chili d’acciaio a mala pena: le andrebbe di fare fucili pure a lei?
Ecco, se le va, avrei qui una mia invenzione atta a produrre semiautomatici che sfruttano l’energia del rinculo, ma con pochi pezzi in movimento, a canna fissa, cosa che fa produrre meno fecce, meno sporcizia - cioè, zero manutenzione o quasi -, il tutto con una possibilità di cadenza di tiro potenzialmente di 5 colpi (allora si poteva) in meno di un secondo! È tutto qui, in questa piccola molla...”
Di lì a poco sarebbe nata a Urbino la leggenda del Benelli e dei suoi infiniti cloni, più famoso dei quali quello prodotto dalla Franchi che infatti, dopo lungo giro, dal bresciano anch’essa è venuta a porsi sotto la protezione dell’aquila feltresca...
Storia d’una razza...
È dalla mentalità del gamer, dello sportsman, del gambler tipica del Lord Inglese dell’era coloniale che nasce invece il setter: un capolavoro da caccia punto e basta.

Quando infatti il resto dell’Europa (l’Italia di sicuro) languiva sul piano socioeconomico in stati prossimi alla prostrazione, l’Inghilterra era davvero la Gran Bretagna che faceva sventolare su tutti i mari del mondo la sua trionfale Union Jack! Cosa questa che l’arricchiva a dismisura, e ancor di più arricchiva Lord e proprietari terrieri, i quali, in una sorta di spirito di competizione permanente, non solo continuavano a sfidare il mondo nel nome della conquista e degli affari, ma erano sempre “l’un contro l’altro armati” anche nelle più pacifiche situazioni...
Ora, se ad Ascot ci si sfidava per chi avesse i cavalli migliori, se alle cene e ai parties per chi fosse in grado di esibire i migliori capolavori acquistati qui e là (in Italia soprattutto), in campagna beh, vista la sempiterna passione per la caccia degli inglesi, ecco che non potevano non nascere anche qui sfide al calor bianco che proprio in questa sfera dovevano finire per produrre graduatorie il più certificate possibile!
Nasceva la trofeistica dunque, per la caccia grossa; nascevano i resoconti dettagliati dei tableaux ai vari drive; non di meno nasceva la cinofilia agonistico/venatoria così come la conosciamo relativa ai cani da ferma, coi sui libri genealogici e i suoi affissi, il tutto in una ricerca inesausta del primato e della perfezione, che dal generico allo specialistico dette vita alla selezione e alla creazione delle razze sino alla loro cementazione morfo/attitudinale nella canonica redazione degli standard.
Pochi discorsi: prodotto sommo di questa prassi, il setter certamente!

La sua derivazione è antica, che già nel ’5 e ‘600 erano presenti in Inghilterra cani tipo epaneul/spaniel capaci, tuttavia, di fermare la selvaggina (li adoperava il duca di Leicester). La vera sua conformazione tuttavia, è dovuta ad uno dei maghi/cinofili dell’era vittoriana: Edward Laverack, il quale attorno al 1825/30, dopo attenta selezione, cura maniacale dei dettagli, incroci mirati tutti volti alla creazione dell’archetipo che lui aveva in mente -un cane elegantissimo e aggraziato, che fosse espressione di potenza sì, ma più dolce e meno irruente del pointer, dalla cerca tuttavia sovrapponibile a quella dell’altro, ma caratterizzato più da grazia felina da fiorettista che non da colpitore di sciabola- ecco che finalmente era in grado di presentare al mondo la sua creatura: era nato il setter inglese!
Il successo fu subito travolgente, e dalla nascita nel 1865 delle field trials, dopo immissioni anche di soggetti neri e certamente irlandesi atti a eliminare tare derivanti dalla altrimenti eccessiva consanguineità, diventerà una vera e propria cavalcata verso la gloria.
Non c’erano starne o grouses che nelle brughiere a praterie del suolo d’Albione potessero sfuggire ai plastici agguati del setter, e a quel suo spettacolare modo di fermare che i suoi creatori si trovarono fra le mani come un dono del cielo.
Sbaglia e di molto, infatti, chi pensi che il nome del cane derivi dal verbo “to sit”, sedersi: no, fu chiamato così perché metteva in essere (e da padreterno) quella che è la caratteristica del cane da ferma: la ferma, o punta che in inglese si dice appunto “to set”!
Di dove allora quel suo “sedersi” che tal volta diventa uno sdraiarsi”?
Eredità credo magicamente “captata” dagli antichi “cani da rete”, cosa questa che conferma origini antichissime di quanto ancora non esistevano le armi da fuoco, ma già i cani le quaglie e le starne, le fermavano!
Da Laverack a noi...

Da buon maestro e forse profeta, Laverack, aveva trovato anche due allievi/apostoli che ne continuarono l’opera di selezione, conservazione e divulgazione della razza: Sir Purcell Llewellin e William Humphrey, e la cosa che funzionò e pure bene, per tanto, tanto tempo. Sinché, sommo paradosso, la storia d’amore fra gli inglesi cacciatori sportivi e il loro cane, s’interruppe!
No, non perché i setter avevano smesso di fare i setter, figurarsi... Solo perché invece, gli inglesi avevano smesso di fare gli inglesi; quelli dello stampo di cui sopra, almeno.
Fatto sta che dopo gli immani successi ‘800eschi che portarono i più facoltosi cinofili a sobbarcarsi grandi spese e grandi viaggi per convergere un po’ da tutt’Europa sul suolo Albionico per rimirare ed acquistare soggetti di setter da esportare/importare a casa propria, di colpo per la razza, proprio in patria, iniziò una sorta di declino inarrestabile, tanto che oggi giorno, sono massimo 600 i setter che s’iscrivono ogni anno Oltre Manica, e quasi nessuno derivante da linee di sangue da caccia...
Tragedia, verrebbe da dire. E invece poco male, dato che s’è vero com’è vero che gli inglesi non vollero più saperne o quasi del loro cane nazionale, questi per le sue plastiche qualità, già da prima del I conflitto mondiale, aveva iniziato a conquistare il mondo intero, finendo poi per trovare la sua vera prima casa… indovinate dove?
Già, in Italia: dove nel giro di pochi decenni divenne in assoluto il cane egemone del cacciatore col can da ferma in quanto tale, tanto che oggi possiamo affermare in pienissima serenità, che per quantità e qualità (in questo subito seguiti dai Balcani in genere) i migliori setter del mondo parlano italiano!
Oh, yes! Anzi: evvai (e idemo)!
Da Browning a Benelli (e via agli altri) ...

Più o meno quel che è capitato all’automatico, che proprio nella produzione nazionale ha potuto trovare il vertice mondiale in assoluto (rarissimi ormai i competitors internazionali all’altezza della situazione, e solo su prodotti supermagnum), specie poi per quel che concerne l’ultimo livello di evoluzione della specie: il semiauto a sistema inerziale!
Come per il credo setterista, anche quello benellaro/inezialista fra i cacciatori nostrani è una specie di culto, di religione. Nessuno fra questi, intendiamoci, dichiarerebbe mai disprezzo per altre razze od altre marche - tant’è che spesso s’accompagnano ad amici betonisti come “berettari”, kurzhaaristi come “franchisti”, pointeristi quanto quello che vi pare - solo che per questi è così: senza un setter non si sentono a caccia, come senza un Benelli o derivato fra le mani manco gli pare di avere un fucile. E anche se non hanno ragione in senso assoluto, come dargli torto, dato che sempre di eccellenza stiamo parlando in ogni caso?
La produzione, infatti, per il cacciatore col cane da ferma che ormai sono in grado di offrire ad Urbino, è quanto di più completo ed efficace si possa pensare in senso assoluto: parte dal generico Raffaello Crio, configurabile ed adattabile in ogni modo (anche se non sarà mai una piuma), per passare dalla serie Montefeltro sino alla vera evoluzione della specie in senso specialistico per il cacciatore cinofilo col pallino della foresta: il Beccaccia! Per chi volesse ancor di più puntare sulla leggerezza, c’è una completissima serie in calibro 20, sovrapponibile o quasi a quella in 12; e per chi da un unico fucile tutto fare per la caccia col cane, volesse un fucile unico per fare determinate cacce (quaglie su tutte, ma anche fagiani in modo sportivissimo): ecco il 28! Impossibile non innamorarsi.
E poi, fra Breda, Franchi e Caesar Guerini, ci sono pure gli altri fra l’ottimo e il buono (e di inerziali ne produce anche Browning)...
Un cane, tanti cani; un fucile, tanti fucili...

Bene, col setter è accaduta la stessa precisissima cosa, che da quando è divenuto il cane da ferma nazionale, così come si è continuato a produrne da allevamenti amatoriali che sempre davano ottimi cani generici (questo è stato per anni il ritratto del cacciatore tipico italiano: “il di tutto un po’ e con la massima efficacia!”: roba da Raffaello per capirci...), altrettanto via via che il palato si raffinava, si ampliavano i confini, nascevano mentalità sempre più tecniche e specialistiche, di pari passo si venivano ad affermare allevamenti che traevano i loro soggetti super da tre mondi in particolare: quello delle prove (soggetti rapidissimi e dalla cerca esagerata sposata alla classe cristallina: Montefeltro e altri “generici”!); quello della caccia alla beccaccia (Beccaccia senza dubbio, e idem altri ultralight!); quello poi della caccia d’alta quota, produttore di cani dalle doti strabilianti ai quali mi sento di assimilare leggerissimi e potentissimi calibro 20 magnum (ovviamente adattati/ridotti ai due colpi, obbligatori in zona Alpi!).
Risultato: il massimo in senso assoluto e specialistico da una determinata razza, così come il massimo in senso assoluto da una determinata tipologia di arma, declinata in mille modi e imitata in altrettanti in Italia come all’estero; le ragioni del successo, subito spiegate nella straordinaria capacità d’adattamento della razza come della tipologia d’arma in assoluto, e nelle varie loro configurazioni...
Mutatis mutandis
Quattro i manti possibili del setter: dal bianco arancio, al bianco fegato, al bianco nero sino al tricolore. Una certa variabilità morfologica pur nello standard, che ci fa trovare soggetti pieni, mezzanini, e leggeri. Derivazioni attitudinali captate dalle tipologie di lavoro specialistico alle quali sopra si accennava: insomma, una scelta pressoché illimitata, caratterizzata poi dalla massima che vuole come verità rivelata il fatto che come sia “con mezzo setter, ti pare in ogni caso di stare a caccia, diversamente, meglio stare a casa”...
Gli fa il pari la serie limitata dei Raffaello, che propone dei veri e propri gioielli d’estetica e funzionalità: “da esposizione”! Dai legni alle incisioni, passando per le finiture.

L’agonismo puro (pur con puntate beccacciare) è mondo in fortissima espansione. Ne derivano soggetti al fulmicotone che paragonerei senza indugi alla serie Montefeltro di Benelli e a quella Affinity “molla avanti” prodotta dalla Franchi. Per i seguaci della filosofia del bello e bravo, il paragone non può non andare alle serie speciali Benelli come ai Gladius della Caesar Guerini, bellissimi e funzionali semiauto inerziali costruiti a monte senza sacrificare nulla all’estetica e alla tradizione. Setter super specializzati sulla beccaccia, li producono ormai in tanti e con vari affissi, fra i più noti Giancarlo Bravaccini (eterno vincitore o quasi del trofeo Gramignani) con l’affisso “della Trabaltana”, ed Andrea Mariani, amico fraterno, film-maker e allevatore con il pallino della beccaccia sempre attivo sui vari social in una costante promozione dei suoi specialisti. Il parallelo oplologico mi par quasi superfluo indicarlo, dato che il Beccaccia di Benelli - specie poi nella sua ultima versione con primo strozzatore a tromboncino - ne è l’esempio più perfetto! Per i setter un must sono le linee “da montagna”, costituite da cani forti, agili e tetragoni quanto tutti i semiauto prodotti su sistema inerziale dalla Breda, che è riuscita nella magia di abbattere il peso anche in prodotti tutto acciaio! Penso senza indugi allo Xanthos se in 12, quanto alla serie Eco se, come si diceva, vogliamo concentrarci sul calibro 20 camerato magnum! Ma è un po’ di tutti i 20 in genere che è bene qui parlare…
Made outside Italy
È da un po’ di tempo che, grazie alla grande disponibilità di selvaggina specie nei Balcani e in alcune lande del vicino oriente (e per la consuetudine che colà si ha nel vedere nembrotti nostrani), pure da lì si cominciano a vedere sempre più setter degni di tale nome!
Anzi, spesso veri e propri fuori classe, e in numeri sempre più importanti.
Il fenomeno non riguarda solo la cinofilia, a dire il vero... Dato che qualche fucile inerziale ben costruito sta iniziando ad arrivare anche da Ankara e dintorni. Resta tuttavia da dire che a differenza dei setter, questi sono restano (ancora) incomparabili coi prodotti nazionali.
Italy the best, insomma?
Ni, se parliamo solo di cani.
Sì, se invece parliamo di semiautomatici inerziali da caccia, dove come noi nessuno mai: e fatemelo dire con tutto l’orgoglio del mondo, specie in questi tempi “strani”...










