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Lombardia e Veneto alla prese con la gestione del cinghiale

Non è più solo un problema appenninico. Posto che lo sia mai stato. Nel giro di poche ore Lombardia e Veneto hanno acceso la luce sulla gestione del cinghiale nei loro territori. E le giunte Maroni e Zaia sono intervenute nel dibattito tentando di diminuire il numero degli animali. Con due diverse strategie di spazio. E di tempo.

La Giunta Zaia approva ddl su gestione del cinghiale

La giunta regionale del Veneto ha approvato il disegno di legge sulla gestione del cinghiale, che adesso passa all’esame del Consiglio. Il provvedimento prevede piani triennali di controllo dei cinghiali, abbattimenti in selezione nelle aree parco e nelle riserve naturali, indennizzi per i danni causati a coltivazioni e pascoli, sanzioni fino a 950 euro per chi immette gli ungulati nel territorio o li foraggia e infine la creazione di appositi centri di lavorazione della carne. In ogni Ambito territoriale di caccia o Comprensorio Alpino dovranno essere presenti degli opportuni centri di sosta per gestire le carcasse dei cinghiali abbattuti o prelevati in selezione; la Regione si impegna a promuovere iniziative di valorizzazione del prodotto e a favorire accordi per destinarne una quota a iniziative solidali e di beneficenza alimentare. Infine, si propone che chi caccia in girata col cane limiere possa recuperare i cinghiali feriti anche fuori dagli orari e dai giorni previsti dal calendario venatorio.

In una nota rilasciata a margine della riunione, l’assessore alla caccia Giuseppe Pan parla di uno “strumento normativo organico”, che tenta di porre un freno “alla proliferazione incontrollata della specie e ai tanti danni causati alle attività umane”. L’esponente leghista ribadisce poi che la Giunta ha intenzione non di “autorizzare la caccia al cinghiale, perché il regime venatorio si è dimostrato essere una soluzione non efficace se non controproducente, ma attività di controllo mirate e regolamentate”.

Lecco, via alla caccia al cinghiale

In Lombardia invece la questione è limitata al territorio provinciale di Lecco. Almeno per ora. Ma soprattutto è destinata ad avere impatto nell’immediato. Non basta più il contenimento riduttivo e allora la Regione ha autorizzato la caccia al cinghiale per limitare i danni alle coltivazioni agricole. Mancano ancora alcuni passaggi burocratici da non sottovalutare: i Comprensori Alpini devono definire le modalità di prelievo e, a quanto fatto filtrare, è probabile che nel mese di novembre si procederà con una serie di soluzioni tampone, prima di arrivare a un sistema stabile e organizzato. Ma la politica ha agito, ed è questo che conta. Antonio Rosso, assessore regionale allo sport, e Daniele Nava, sottosegretario alle riforme istituzionali, hanno salutato con soddisfazione il provvedimento che cerca di tutelare il territorio da cui provengono. “Sul nostro territorio da tempo si vive una vera e propria emergenza dovuta all’altissima presenza di cinghiali. L’apertura della caccia agli ungulati decisa oggi rientra negli interventi utili al contenimento numerico della specie ed era una misura da tempo attesa dal territorio” dichiarano i due esponenti del governo regionale, che ne approfittano per ringraziare l’assessore all’agricoltura Giovanni Fava e il consigliere regionale Antonello Formenti”; il provvedimento offre “una pronta risposta alla situazione di emergenza venutasi a creare negli ultimi anni a livello regionale, in particolare nel lecchese, a causa della proliferazione delle popolazioni di cinghiale con incremento dei danni alle aziende agricole, ma pure con pregiudizio per la biodiversità, la pubblica incolumità e la sicurezza dei trasporti”.

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