Long Range e lunghezza delle canne fra miti e verità.

L’ultimo dei Mohicani

"Calza di cuoio", "Pathfinder", "Long Carabine", "Hawkeye", tutti i nomi di Nathaniel "Natty" Bumppo, il protagonista de L'Ultimo dei Mohicani portato nello schermo magistralmente da Daniel Day Lewis. 

Rarissimo caso di film più bello del libro, “L’ultimo dei Mohicani” era e resta un capolavoro assoluto fra le “storie della frontiera americana”, ma non solo. Infatti, sa essere molto di più: letteratura anche quando trasferito sullo schermo! Ambientato in una natura mozzafiato. Con protagonisti netti, eroici tutti, si rivela capace di toccare nell’unicum d’una grande storia tutti i fondamentali archetipi che rendono epica una narrazione. Amore e Morte. Fedeltà e Amicizia. Tradimento e Vendetta. Odio e spirito di sacrificio sino alle estreme conseguenze. Si apre, nella versione in pellicola (caso unico credo, nella storia del cinema) con una maestosa scena di caccia, tra l’altro filologicamente impeccabile...

Tom Selleck, leggendario interprete di Carabina Quigley.

Eccoli, quelli che paiono tre pellerossa inseguono a piedi le tracce d’un cervo avvicinandolo in maniera magistrale: da predatori di razza. Leggeri, silenziosi, invisibili, implacabili come puma. Sono vicini all’animale ormai (ma non abbastanza) quando questo fatalmente li avverte (forse un’aria maligna li ha traditi); loro lo vedono tuttavia. Dunque, non c’è problema. Uno dei tre imbraccia una splendida carabina ad avancarica di grosso calibro, un “Pennsylvania Rifle” dalla lunghissima canna a sezione ottagonale. Alza il cane, prende sapientemente la mira e con un tiro miracoloso abbatte in maniera pulitissima l’ungulato in lontana, quanto rapida fuga tra le ramaglie. Lo vediamo bene adesso, e sorpresa è… un bianco! Si saprà poi che il “finto indiano” – figlio adottivo di Chingachgook (“è lui l’ultimo dei Mohicani”) e dunque “fratello di sangue” di Unkas - non è certamente nuovo a queste imprese, anzi. Lo vedremo infatti prodursi lungo tutta la pellicola in tiri mirabolanti col suo fucilone; colpi capaci d’abbattere nemici con precisione chirurgica da distanze chilometriche. Non a caso è col nome di “Long Carabine” che è anche conosciuto (e temuto, quando pronunciato alla francese) presso tutte le genti della frontiera. Dico di Nathan Natty Bumppo, alias Leather Stocking (Calza di cuoio nella versione italiana del capolavoro di James Fenimore-Cooper), protagonista di tutti e quattro i Leather Stocking Tales: I) The Deerslayer (Il Cacciatore di Cervi); II) The Last of the Mohicans (L’Ultimo dei Mohicani); III) The Pathfinder (Il Cercatore di tracce); IV) ed infine The Prairie (La Prateria), laddove si conclude la straordinaria saga di un cacciatore dal cuore eroico e avventuroso e del suo fucile. Non è caso isolato…

Carabina Quigley

Il Pedersoli 1874 Sharps "Q" Down Under (noto anche come Sharps Quigley) è una fedele riproduzione del celebre fucile reso celebre dal film Carabina Quigley (1990) con Tom Selleck

Carabina Quigley si chiama infatti il personaggio portato sul grande schermo da quella “faccia da schiaffi” di Tom Selleck (Magnum P.I.). Anche lui è un cacciatore (di mestiere, tra l’altro) e anche lui ha un fucile lunghissimo – una carabina ovviamente, munita di diottre ed arcaici sistemi di punteria - con la quale compie dei veri e propri “numeri”: tiri esasperati su bersagli appena visibili ad occhio nudo. Rispondendo ad un annuncio che offriva un lavoro ben remunerato, lascerà il nativo West per l’Australia. Ed è lì che lo ritroveremo assieme al suo fido “cannone”, a vivere mirabolanti avventure contro malvagi e profittatori d’ogni sorta; la solita feccia che – solo (ma almeno) nei film - può essere tratta come “bestiame nocivo” quale è: cioè a fucilate!  Ma sto divagando lasciandomi andare a sogni e smancerie romantiche di giustizia quella vera…

Il Pedersoli Sharps "Q" Down Under con la sua canna da 34 pollici (864 mm) e una lunghezza totale di 1290 mm è un vero peso massimo (6 Kg.) che invita a sparare dal bancone. 

Tornando a bomba, come si può ben vedere queste due storie paiono confermare – e sicuramente si possono considerare quali basi di - quella che per decenni è stata una sorta di verità rivelata nel mondo della caccia. La conosciamo tutti: “…Per tirare lontano ci vogliono canne lunghe”.

Intendiamoci; nei casi di cui sopra ciò è certamente vero e per parecchie ragioni:

1) Le avventure di Nathan si svolgono infatti all’epoca delle guerre coloniali franco-inglesi nelle Americhe (al confine con il Canada, per la precisione); ossia quando la tecnologia delle armi da fuoco portatili (anzi, di tutte) conosceva la sola polvere nera quale propellente, e l’avancarica come unico sistema per ricamerare dopo lo sparo.

La caratteristica nuvola di fumo bianco prodotta da un fucile calibro 12 caricato con polvere nera. 

2) Aveva poi sì cartucce con bossoli in ottone il buon Carabina, ma anche per lui mancavano parecchi anni prima che venissero inventate le moderne smokeless powders; ben più efficienti degli antichi polveroni zolfo-carbonio-salnitro! Ora, cosa questo comportasse in termini d’efficienza e rapporto precisione-portata utile è presto detto: servivano per forza canne lunghe per poter sparare lontano – molto, molto lunghe - al fine di permettere da un lato la totale trasformazione in gas (tramite processo combustivo-esplosivo) di un propellente che non brillava certo per efficienza; e dall’altro per dare al proiettile la possibilità d’intercettare lungo un percorso il più lungo possibile, rigature non certo accurate come le odierne e dunque poco capaci di fornire rapidamente l’indispensabile effetto giroscopico di stabilizzazione alle varie palle. Perché una cosa è molto importante puntualizzare: i fucili di cui sopra – sia ben chiaro - erano tutti a canna rigata…

Vai col liscio

Il Savage Renegauge, è un semiautomatico in calibro 12 Magnum con canna da 30 pollici, ovvero 76 centimetri. 

“Forse che allora le cose andavano meglio con quelli a canna liscia?” Potrebbe domandarsi lo sprovveduto… No. Anzi, peggio ancora! Gli era infatti che, oltre allo svantaggio delle meno efficienti polveri (comune a tutti), i tiratori a canna liscia d’un tempo (soprattutto i cacciatori, che giocoforza sparavano a munizione spezzata il 95% almeno delle loro fucilate), dovevano fare i conti con la mancanza di quelle che oggi paiono due banalità - cose normali, insomma - ma che in realtà, all’epoca delle loro rispettive uscite, seppero rappresentare a tutti gli effetti vere e proprie “rivoluzioni copernicane” in termini balistici. Parlo in primis dell’invenzione delle strozzature, e in secundis di quella non meno importante del contenitore plastico di pallini (l’ordine è puramente cronologico); tempra, nichelature e ramature dei piombi saranno importanti anch’esse, pur tuttavia nuances, sfumature, in quadro d’insieme letteralmente stravolto solo da quanto dicevamo.

Chi quindi – prima ancora dell’invenzione di Greener (non fu proprio sua, ma lui per primo se l’attribuì e dunque…) - fosse uso a cacciare ad esempio acquatici, una sola cosa poteva fare: aumentare dosi di polvere (nera) e pallini, sparandole da fucili assai grevi e dalle canne lunghissime. Alleggerì dunque l’arma il suo collega che sparava già strozzato, ma fu solo quando furono create retrocarica, e quindi le antesignane delle moderne polveri e dunque i contenitori di pallini che finalmente le basi si potevano dire gettate affinché le canne dei fucili potessero… accorciarsi!

Eppure, ciò non avvenne né subito né quanto si sarebbe dovuto, tanto che ancora oggi – come dicevamo - specie tra “i vecchi” (ma non solo, anzi) esistono falangi di nembrotti pronti a giurare che senza una canna parecchio lunga non si possano assolutamente praticare determinate cacce. Perché? La risposta è semplice, ed è tutta incentrata in quella tendenza umana bifronte dotata da un lato di volto progressista e dall’altro di uno conservatore. Ciò a dire che, spesso, siamo portati a fare i “nuovisti”; salvo poi, quando le novità si palesano, esserne spaventati e perdurare in antiche, obsolete convinzioni, la cui forza si rivela proporzionale alla durata del tempo in cui erano dette verità.

Fra innovazione tradizione, stare nel GIUSTO!

Non stupisca quindi il perdura sino ad oggi del malinteso: fu secolare, infatti, l’uso di tubi prossimi al metro (e più tal volta), in armi ottocentesche e oltre speciali per il tiro lungo di tipo venatorio anche a pallini. Basti pensare che una doppietta con canne da addirittura 75 cm. (!?!) consigliava ancora alle soglie del ‘900 Sylvain per cacciare la beccaccia; dicendo che “non servivano canne lunghe nel bosco (ah, quindi 75 cm. erano quelli delle canne “corte”?!?)”.

Il sovrapposto Benelli 828, qui nella variante Supersport dedicata al percorso di caccia (Sporting) monta canne da 76 o addirittura 81 centimetri. 

Mi sono spiegato? Orbene, ciò stabilito, quale deve essere considerata oggi la verità? O meglio – volendo essere più precisi - quanto deve essere lunga la canna di un moderno fucile da caccia proteiforme (parlo soprattutto ai più giovani); capace cioè di comportarsi egregiamente nei confronti della media dei tiri (e con la media delle munizioni) che normalmente ci si trova ad affrontare andando a caccia? Bisogna partire da questa considerazione (scientifica!) che in un niente smantella ogni leggenda: (teoricamente) una lunghezza compresa tra i 63,5 e 71 centimetri – a parità di strozzatura e con munizioni standard da 32-34 grammi nel calibro 12, caricate a polveri mediamente vivaci e tutte munite di contenitore - influenza in maniera impercettibile la portata del fucile!

Ciò a dire che, tra la rosata prodotta da una canna da 63,5 ed una da 71, entrambe a strozzatura full, a 35 metri vedremo sparando le stesse cartucce qualche (e dico qualche significando 2/3) pallino in più nel disco da venti centimetri, punto e basta! Roba praticamente insignificante ai fini dell’efficienza balistica, cioè della letalità delle due rosate alle stesse distanze. Ciò detto e stabilito, come un croupier v’invito come sia a fare il vostro gioco, consigliandovi di optare per tubi da 68-70 se si sparano principalmente munizioni a polveri progressive (ma anche questo suggerimento lascia molto a desiderare, vista la “terribile vivacità” delle moderne), e di scendere di qualche centimetro (63,5-66 massimo) se si praticano prevalentemente cacce boschive e di movimento; laddove (inutili) centimetri di canna in più, significano solo ingombro e peso superfluo!

Certo, l’estetica… Canne troppo corte fanno “lupara”, quanto quelle troppo lunge sono sgraziate nelle snelle bascule e nei filanti castelli dei semiauto d’oggi...

Il semiautomatico Beretta A400 Solo è prodotto con tre lunghezze di canna; 66, 71 e 76 centimetri.

Verrebbe da dire che più nulla ci sia da aggiungere, se non che tubi molto lunghi (ovviamente strozzatissimi) e altrettanto assai corti (nell’ordine dei 55-60 e sicuramente cilindrici) possono avere la loro utilità solo in attrezzi specialistici da oche/tacchini (o anatre a fermo, di notte ove possibile) camerati Magnum e Super Magnum da un lato, e in quelli che destineremo -es-clu-si-va-men-te!- alle cacce di sottobosco quali beccaccia (con cartucce senza contenitore) e cinghiale a palla asciutta (caricata con polveri vivaci!) dall’altro.

Chi comunque, con un occhio al portafoglio ed uno alle emozioni (sotto l’egida del buon senso), si sia da tempo munito di semiauto o di un basculante con tubo/i da 65/66 e strozzatori intercambiali, sappia che si è messo nelle migliori condizioni per poter sparare bene sia lontano che vicino. 

Come? Giocandosela con le munizioni. Lasciandosi così più tempo e più denaro – fra una cacciata e l’altra - per leggere buoni libri, o andarsene al cinema a godersi storie e poi leggende che parlano d’indiani e grandi eroi del West, e dei loro “lunghi fucili”…

La serie di strozzatori intercambiabili del Benelli Raffaello Power Bore, con la loro chiave dedicata.
Borre in plastica delle cartucce Baschieri e Pellagri della serie Mythos.