Contro le doppiette: storia, evoluzione e fallimenti dei vari referendum anticaccia in Italia.

Il dibattito sulla caccia in Italia rappresenta una delle fratture sociali e culturali più profonde e durature dal dopoguerra a oggi. Da un lato, il mondo venatorio difende (a ragione) la caccia come tradizione radicata, presidio del territorio e strumento di gestione faunistica; dall'altro, i movimenti ambientalisti e animalisti la considerano (a torto) un'attività anacronistica, cruenta e dannosa per la biodiversità. In questo scontro lungo decenni, lo strumento del referendum abrogativo è stato attivato a più riprese nel tentativo nominale di scardinare le leggi che regolano l'attività venatoria, col vero obbiettivo di abrogarla del tutto o ridurne al minimo la prassi. Come sia, la storia dei referendum anticaccia in Italia è una cronaca di grandi mobilitazioni emotive a cui, per ragioni politiche, tecniche o di mutamento sociale, sono quasi sempre seguiti clamorosi fallimenti istituzionali. L'ultimo capitolo di questa saga, consumatosi proprio nell'autunno del 2026 (praticamente ieri), non ha fatto eccezione.

Le origini del conflitto: l'articolo 842 e il "Far West" normativo

Per comprendere l'origine della battaglia referendaria, è necessario fare un passo indietro fino al 1942, anno di approvazione del Codice civile italiano. L'articolo 842 rappresenta, ancora oggi, il vero "pomo della discordia" (o quanto meno, il sempiterno casus belli). È proprio questa, infatti, la norma che stabilisce un principio unico nel panorama giuridico europeo: il proprietario di un fondo non può impedire il passaggio dei cacciatori sul proprio terreno privato, a meno che il fondo non sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture suscettibili di danno.

In altre parole: hai la licenza di caccia regolare? Ecco, allora allora siccome paghi lo Stato, puoi andare armato ovunque non sia esplicito divieto. Insomma, puoi cacciare nel terreno di chiunque a meno che questi non l’abbia pesantemente recintato.

Or bene, nell'Italia rurale degli anni '40 e '50, la caccia era vista come una fonte integrativa di sostentamento e un'attività ampiamente non solo tollerata, ma amata. Tanto che con il raggiunto benessere economico degli anni ‘60, il numero di cacciatori crebbe esponenzialmente, superando ampiamente il milione di praticanti negli anni '70. Questo boom venatorio - simmetrico al boom della meccanizzazione del comparto agricolo - entrambi privi di reali controlli scientifici sulla fauna, trasformò le campagne italiane in una sorta di "Far West" ecologico. Or bene, l’agricoltura non si poteva attaccare, si attaccò quindi la caccia approfittando proprio di questo contesto di deregolamentazione per fomentare le prime, nascenti sensibilità ambientaliste moderne, guidate da associazioni storiche come il WWF, la LIPU e, successivamente, la LAV. Per le quali – onde limitare l’esercizio della caccia - obiettivo primario divenne subito l'abolizione dell'articolo 842 e la riduzione drastica dei calendari venatori.

La stagione d'oro dei referendum: il 1990 e lo scoglio del quorum

Il culmine della mobilitazione si raggiunse alla fine degli anni '80. Quando dopo anni di petizioni ignorate da qualsiasi Governo, il fronte ambientalista, sostenuto da partiti come i Verdi e i Radicali (che avevano subodorato il “business” politico), decise di giocare la carta della democrazia diretta. Vennero così raccolte (al tempo, subito) le firme per tre quesiti distinti, volti ad abolire la caccia regolata dalla legge quadro dell'epoca (la legge 968/1977), a vietare l'accesso dei cacciatori nei fondi privati e a limitare l'uso dei pesticidi in agricoltura.

E fu così che il 3 giugno 1990 gli italiani vennero chiamati alle urne. Il clima politico era infuocato. I promotori speravano in un'ondata di “passione” ecologista, ma dovettero fare i conti con una strategia politica tanto semplice quanto efficace adottata dal mondo venatorio, dalle lobby agricole e da gran parte dei partiti tradizionali (che avevano tutti cacciatori fra le loro fila, a partire dal PCI di Longo e Pajetta, appassionatissimi praticanti l’attività venatoria). Parliamo dell'invito all'astensionismo. In quel periodo, la formula dell'andare al mare anziché votare divenne il mantra per neutralizzare i referendum. E grazie a Dio funzionò.

I risultati delle urne, infatti, spinti da “figli dei fiori” & C. fotografarono in ogni caso una netta maggioranza contraria alla caccia tra i cittadini che decisero di esprimersi:

  • Quesito sulla caccia: 92,2% di voti favorevoli all'abrogazione.
  • Quesito sull'accesso ai fondi privati: 92,3% di voti favorevoli.

Tuttavia, l'affluenza si fermò a quel 43,4%, ben al di sotto del quorum del 50%+1 degli aventi diritto richiesto dall'articolo 75 della Costituzione. Col risultato d’invalidare la consultazione. Nonostante oltre 20 milioni di italiani avessero votato per abolire o limitare la caccia, dunque, la consultazione venne dichiarata nulla. Fu una vittoria politica per le doppiette e un trauma per l'ambientalismo italiano, che comprese quanto lo scoglio del quorum fosse difficile da superare su temi non percepiti come universalmente identitari (rispetto a battaglie storiche come il divorzio o l'aborto, per esempio).

La Legge 157 del 1992: il compromesso che bloccò i referendum

In ogni caso, il dato venne recepito dalla politica, spingendo il Parlamento a correre ai ripari per evitare nuove ondate referendarie e per recepire al meglio le direttive europee sulla protezione dell'avifauna. E fu così che nel 1992 venne approvata la Legge n. 157 ("Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio").

La legge, frutto di un immenso lavoro di concertazione fra le parti e i partiti, conteneva una rivoluzione concettuale fondamentale: la fauna selvatica non era più res nullius (cosa di nessuno, di cui chiunque poteva appropriarsi), ma diventava patrimonio indisponibile dello Stato. La caccia, quindi, veniva permessa non più come un diritto assoluto, ma come una concessione dello Stato, regolata da piani faunistico-venatori regionali, periodi rigidi e specie cacciabili limitate. L'articolo 842 del Codice civile per parte sua, rimase intatto, ma la gestione del territorio venne parzialmente pianificata con la creazione degli ATC.

Al netto di qualsiasi giudizio, va detto che per quasi trent'anni questa legge ha rappresentato in ogni caso una specie di punto di equilibrio (molto precario) tra cacciatori e ambientalisti, rendendo se non altro, tecnicamente molto più difficile la formulazione di quesiti referendari capaci di superare il vaglio di ammissibilità della Corte Costituzionale.

I tentativi degli anni Duemila: frammentazione e bocciature tecniche

Con il passare degli anni, tuttavia, il numero di cacciatori in Italia ha subito un drastico e costante declino generazionale, scendendo sotto la quota di 500.000 praticanti. Questa dinamica demografica ha ringalluzzito il fronte anticaccia, convinto (come sempre a torto) che la sensibilità pubblica fosse ormai ampiamente matura per una svolta abolizionista.

Ecco quindi che nel 2021, un comitato referendario autonomo supportato da diverse sigle minori tentò di raccogliere le firme per un referendum parziale di abrogazione della legge 157/92. La campagna digitale sfruttò per la prima volta la possibilità della firma tramite SPID e carta d'identità elettronica. Nonostante l'entusiasmo iniziale e l'annuncio del raggiungimento delle 500.000 firme, l'iniziativa si scontrò con vizi formali e disorganizzazioni interne nella consegna dei moduli cartacei e digitali presso le cancellerie della Cassazione.

Parallelamente, la giurisprudenza della Corte costituzionale era diventata assai più rigorosa, tanto che la Consulta ha più volte ribadito che non è possibile abrogare in toto le leggi sulla caccia tramite referendum se ciò comporta un vuoto normativo che lascia la fauna priva della tutela minima richiesta dalle direttive comunitarie (come la Direttiva Uccelli). Di fatto, eliminare la legge 157/1992 senza una norma sostitutiva avrebbe paradossalmente liberalizzato la caccia anziché vietarla, un paradosso tecnico che ha bloccato sul nascere diverse iniziative.

Il "doppio fiasco" del 2026: cronaca dell'ultimo fallimento

Arriviamo così alla cronaca recente. Il 2026 si è aperto con una nuova e aggressiva iniziativa referendaria. Un coordinamento di associazioni animaliste radicali e comitati territoriali ha depositato presso la Corte di Cassazione due nuovi quesiti mirati, studiati per aggirare i precedenti veti della Consulta e colpire al cuore l'attività venatoria attraverso il diritto civile e penale.

I due quesiti proposti per la campagna del 2026 miravano a:

  1. Abrogare l'articolo 19-ter del Codice penale: Questa norma esclude l'applicazione delle pene per il maltrattamento e l'uccisione di animali qualora le condotte siano sanzionate dalle leggi speciali sulla caccia e sulla pesca. Eliminarla avrebbe significato equiparare l'atto venatorio al reato di uccisione o maltrattamento di animali. Rendendo de facto la caccia illegale.
  2. Modificare l'articolo 842 del Codice civile: Il bersaglio storico. Si richiedeva la cancellazione del primo e secondo comma, privando i cacciatori del diritto di accedere ai fondi privati senza il consenso esplicito del proprietario.

La campagna di raccolta firme è partita nella primavera del 2026, sfruttando massicciamente la piattaforma pubblica digitale gestita dal Ministero della Giustizia. Sulla carta, la gratuità e la semplicità della firma digitale avrebbero dovuto garantire un successo immediato.

La scadenza del 30 settembre 2026 ha sancito quello che le associazioni venatorie hanno definito un "doppio fiasco"

Tuttavia, la scadenza del 30 settembre 2026 ha sancito quello che le associazioni venatorie e gli osservatori politici hanno definito un "doppio fiasco". I contatori della piattaforma ministeriale e i moduli cartacei cartolarizzati hanno registrato un numero di adesioni straordinariamente basso, ben lontano dalla soglia costituzionale delle 500.000 firme necessarie per ciascun quesito.

Giusto per: la raccolta firme si è fermata a 102.000 sulle 500.000 necessarie per indire il referendum.

Ha quindi votato appena lo 0,17% degli aventi diritto, nonostante la strombazzata sensibilità anti caccia che secondo i soliti noti avrebbe dovuto ormai essere iper-maggioritaria nel Paese.

E non in piazze, gazebo etc. – dove sarebbe stato necessario recarsi personalmente per registrare la propria firma – ma da casa. Cioè, la gente NON ha votato nemmeno da casa!

Perché è fallito il referendum del 2026?

L'insuccesso del 2026 offre diversi spunti di riflessione sociologica e politica:

  • Frammentazione del fronte ambientalista: Le grandi associazioni storiche (come il WWF o Legambiente) non hanno appoggiato ufficialmente l'iniziativa in modo compatto, ritenendo i quesiti giuridicamente deboli e destinati comunque alla bocciatura da parte della Corte costituzionale.
  • Saturazione dello strumento digitale: L'illusione che lo SPID potesse facilitare qualsiasi consultazione si è scontrata con l'apatia dell'opinione pubblica, distratta da altre emergenze economiche e sociali.
  • Un paese rurale che cambia: sebbene la maggioranza degli italiani si dichiari contraria alla caccia nei sondaggi d'opinione, l'attivismo concreto richiede una motivazione profonda che, evidentemente, la popolazione urbana non percepisce più come una priorità quotidiana. Anche perché – dato basilare – in ogni caso il 95% degli italiani mangia regolarmente carne, pesce e prodotti derivarti dagli animali. Senza poi dire che praticamente tutti indossano capi in pelle di qual si voglia genere. E quindi, sommato il tutto a caro bollette e carburanti, crisi vari e problemi assai più seri… Ecco che ci siamo capiti!

Il paradosso attuale: la caccia si sposta nei palazzi della politica

Mentre il tentativo referendario del 2026 naufragava per mancanza di firme, l'arena dello scontro sulla caccia si è spostata stabilmente nelle aule parlamentari. La parabola dei referendum dimostra che la via della democrazia diretta non è riuscita, in oltre trent'anni, a scardinare l'impianto della Legge 157/92. Al contrario, l'attuale dibattito politico viaggia in direzione opposta.

In Parlamento è infatti in corso l'iter del cosiddetto DDL Caccia, una proposta di riforma della legge del 1992 fortemente voluta dalle forze di maggioranza e dal mondo venatorio. Il testo, che ha già ricevuto il via libera dal Senato ed è in attesa del vaglio definitivo alla Camera, mira a deregolamentare alcuni aspetti del prelievo venatorio, ampliando (giustamente) i periodi di caccia in risposta all'emergenza della proliferazione dei cinghiali e della fauna selvatica nelle aree urbane.

Cronologia dei principali tentativi referendari in Italia

Anno

Obiettivo Principale

Esito Istituzionale

Causa del Fallimento

1990

Abolizione totale caccia e art. 842 c.c.

Invalido

Mancato raggiungimento del quorum (43,4% di affluenza).

1997

Abrogazione parziale art. 842 c.c.

Inammissibile

Bocciato dalla Corte Costituzionale per formulazione tecnica.

2021

Abolizione della Legge quadro 157/92

Non depositato

Mancato raggiungimento o vizi di forma nella consegna delle firme.

2026

Abolizione art. 19-ter c.p. e art. 842 c.c.

Fallito

Mancato raggiungimento delle 500.000 firme minime.

Conclusioni

Come diciamo in conlusione dell'articolo, tanto resta da fare. Ma nel frattempo, godiamoci il momento e la stagione in compagnia dei nostri cani. 

La storia dei referendum anticaccia in Italia dimostra un paradosso tipico del sistema politico-informativo italiano: la presenza di una teorica e “strombazzata” sensibilità diffusa e apparentemente maggioritaria nella popolazione, che tuttavia non riesce a tradursi in una riforma legislativa concreta.

Perché verrebbe da chiedersi, se non fosse che conosciamo assai bene la risposta: di abrogare, ridurre la caccia in verità, interessa solo a una sparutissima minoranza di gente parecchio disturbata (gattare et similia), e quattro volponi che sperano di lucrare poltrone e prebende politiche da questo disagio.

Ne diremo ampiamente altrove. Per ora, godiamoci l’ottimo risultato, e si volta pagina…