La domanda di un ragazzo
Ho appena preso il caffè quando mi sorprende la telefonata di un giovane amico follower di A4H…
Complimenti, mi dice… Grazie.
Ma è tutto vero? Si.

In effetti sa che mi son trovato proprio bene seguendo i suoi consigli; ho alzato una decina di beccacce e prese sette quest’anno, non m’era mai capitato. Bravo (…arrossisco).
Vorrei venire una volta a caccia con lei… Diamoci del tu, nicchio.
Si parlotta e alla fine mi domanda: …Ma come facevi dopo tutte le tue cacciate all’estero, a godere ancora della caccia anche in Italia? Tra divieti e penuria di selvaggina? Parchi (finti) e cemento (vero)? Come hai fatto insomma ad uscire sempre, anche da noi “da buio a buio”, con una passione incontenibile?”
Lì per lì non seppi quasi cosa dire e mi tenni nel vago. Forse sembrai scortese e comunque, ne son certo, non riuscii a soddisfare il quesito del mio nuovo, giovane amico che m’aveva come spiazzato (anche perché adesso vivo altrove…).
Ci ho riflettuto in ogni caso, a lungo, ed ora provo a fare ammenda e dir la mia...
Il radicamento, come origine e memoria

Valentini, Chianini e Pieroni, Niccolini, Bocchiola e Zanesi, Ponce de Leon sino a Scheggi, Lugari, Cretti etc. sino ad arrivare, ultimo e indegno epigono, al sottoscritto… Ognuno ha trattato (e tratta) la caccia a modo suo e secondo proprie capacità. Ciascuno poi, nel corso degli anni, è finito per maturare predilezioni, stile e cifra propri nelle sue varie pubblicazioni, sì che per i lettori/fruitori più attenti non è difficile distinguerlo dagli altri. C’è una storia tuttavia tra le tante, il cui principio, svolgimento e conclusione a prescinder dagli stili l’ha sempre portata ad essere quasi la stessa, da un autore all’altro. Quella in cui si dice degli eventi di puro epos individuale legati tutti all’iniziazione venatoria: ovvero, la mito-storia in cui si narra il portato emozionale dei primi passi in campagna. Che per tutti è praticamente la medesima.

…Sì, magari uno qui ti parla di trappole e l’altro là di fionde. Di Lazio, Alpi o di Toscana, d’uccellini, lepri o tortorelle. Bastano anche quattro ragani o topastri, non cambia nulla. Trattasi infatti di distinzioni appena appena formali e nient’affatto sostanziali; le fasi cruciali, viste da vicino, son sempre le stesse, come la sequenza. Partono infatti tutte in primis dalla scoperta dello spazio selvaggio (vero) di contro alla (falsa) società degli uomini. Quel pezzetto, dunque, di natura che diventa “mitica e misteriosa” (giardino, orto, stagno, periferia non ancora urbanizzata) capace di farsi metafora d’ogni “altrove” per un bambino che in essa si scopre “differente”. Il senso d’esplorazione e l’emozione, poi. E quindi la solitudine e le fantasticherie (non di rado mutuate e ingigantite da buone letture). I primi passi allora con “il grande avo”. Quelli dopo fatti di nascosto, in solitaria. L’evoluzione fisica delle capacità e delle possibilità venatorie. E finalmente il primo cane. Il primo fucile. Una campagna vera – giocoforza sempre quella natia - che con l’età matura (beati 20 anni!) diviene il campo di Marte in cui si concretano gli archetipi di libertà ed avventura… Ed eccoci alla licenza e alla caccia cacciata; il vento e la pioggia, le prede e le albe, il sangue ed i tramonti. La nebbia e il gelo, la gioia impastata con la colpa. In un cammino progressivo che altro non rappresenta che un tentativo inesausto d’allargare le proprie vedute. Una ricerca progressiva oserei dire, di attingere orizzonti lontani che una volta toccati disvelano altre mete da raggiungere, altre vette da scalare, altri fossi d’attraversare; fiumi e poi ancora fiumi da guadare. Sin ché luoghi sconosciuti prima divengono nomi di una peculiare geografia dell’anima, già condivisa da ogni vero cacciatore “delle tue parti”, e dunque anche da te…
Cieli nuovi e terre nuove

Giunge poi - è giunto per tutti - il momento in cui ci si trova ad un bivio. Da una parte, una terra che ormai senti tua quanto neppure il più borghese, arcigno padrone di casa sente per tale la propria dimora. Luogo che conosci a menadito e nel quale hai ormai piantato miriadi di ricordi come semi, e viceversa: emozioni vissute e incise al calor bianco nella carne e nello spirito, nei rovi e nei sassi che diventano cicatrici e alberi fioriti di memorie. Un senso d’appartenenza che diviene reciproco: la senti tua quella terra, almeno quanto senti d’appartenerle in modo totale. Dall’altra non di meno la voglia di rinverdire le fasi cruciali dello stupore infantile. Di rinnovare e rinnovare ancora gli sgomenti, le emozioni, i tremori e gli smarrimenti di quella volta – la prima - in cui armato (soprattutto d’innocenza) uscisti dai confini del “familiare” per violare i segreti della natura ed entrare nel “foresto”. Divenirne parte. Riuscirne stregato. Provarti nel crogiuolo.

E’ per questo che tutti i grandi cacciatori, prima o poi, sono stati colti nella vita da una voglia irrefrenabile di prendere e partire alla volta di “terre nuove e cieli nuovi”.
“Per più pingui carnieri!”, direbbe d’acchito lo sparatore folle o l’invidioso decerebrato (spesso sono la stessa persona). No invece, ti dico io (che so di cosa parlo), quanto invece per far tornare a vivere ad un cuore adulto le medesime emozioni selvagge di un bambino che, con una fionda o uno schioppetto ad aria compressa tra le mani, nel tempo fanciullo suo lontano iniziava così ad innamorarsi di una vita “bella e vagabonda”: quella del cacciatore”.
E ora lo confermo…
La filosofia del viaggio


Vi sono anche due altre grandi motivazioni che stanno dietro alla voglia di un bel viaggio di caccia; ed entrambe son lecite e naturali. Partiamo dalla prima e più importante: la ricerca della libertà. Schiacciato da un calendario venatorio irragionevole. Sottoposto a balzelli, divieti e vessazioni paradossali, era normale che prima o poi al cacciatore italiano pigliasse la voglia di tornare ad andare semplicemente a caccia; senza patemi e chilate di carte e valori bollati al seguito. Bene, quasi ovunque, all’estero è possibile farlo. La seconda è senza dubbio da ricercarsi nelle maggiori possibilità d’incontro che, in parecchi Paesi – meno appestati del nostro, e caratterizzati da agricolture differenti - è sempre possibile realizzare.
Non sto parlando di stragi insulse; ma di uscire con nel cuore la certezza che là fuori, nella natura, vi sono certamente animali selvatici con cui confrontarsi. È una prassi assai cercata, ultimamente, specie dai cinofili. C’è una filosofia di base, tuttavia, che consiglio di seguire a chiunque decida di pigliare e avventurarsi a caccia in foreste contrade. Ricordatevi che siete sempre ospiti in un Paese che non è il vostro; che ha comunque regole, usi e costumi che è bene rispettare al pari della natura. Sia dunque nostro l’habitus mentale dell’esteta epicureo e si dismetta in fretta quello del represso colonizzatore. Siamo là per godere e per capire, conoscere e cacciare. Liberare la mente e stare in pace; è da poveri di spirito mettersi a misurare matematicamente il coefficiente di soddisfazione venatoria di una nostra avventura solo in base al carniere. Gli sterili conticini della lavandaia non possono appartenere a chi è cacciatore nell’anima. E infatti…
On my way, sulla mia strada.

Giovane e di molto. Son sugli scogli di una marina dell’isola di Rodi che affaccia alla Turchia. È l’inizio d’agosto e dovrei pensare solo a spiagge e belle figliole. Faccio la mia parte – intendiamoci! - ma lo sguardo è catturato da decine di bossoli ai miei piedi. “Quando è perché saranno stati sparati?” Alla fine dell’autunno - verrò poi a sapere - quando i locali son usi tirare alle beccacce che all’alba invadono letteralmente l’isola fuggendo le burrasche del continente. Mi dicono che in giorni di furia se ne sparano venti, trenta per mattina. Ricordo il numero dei bossoli e penso la stima sia corretta. Mi piglia dentro un male sordo a immaginare quale meraviglia sarebbe, invece, venire qui a cacciarle come solo si conviene: col cane… Tra terre, rocce e mare di una natura che già fece innamorare Apollo. Stesso luogo e stesso periodo. Nel recinto di una casa, mentre torno dalla spiaggia, vedo un pointer e un Kurzhaar veri, roba da cacciatori per capirci. Mi avvicino e li accarezzo; mi fanno le feste. Escono i padroni e ci mettiamo un istante a far amicizia…: “Italiano cazatore?” Yes, and you? (Domanda cretina!) Rimedio un invito per il giorno appresso in montagna, ad allenare. …Ciao mare! Prima dell’alba sono già lì - jeans e scarpe da trekking (non avevo altro) - gasato perso.

M’accomodo nel cassone d’un camioncino mezzo pick up assieme ai cani (ecchissenefrega!); il tutto per inebriarmi di visioni paradisiache. Contemplo un’alba scintillante sul mare spazzato dal Meltemi, mentre ci inerpichiamo tra le montagne. Impazzirò letteralmente al frullo di svariate brigate di barbaresche pernici tra cipressi, rocce, rovi e macchie di lentischi. Facciamo varie volte bum bum con la bocca. Ci raccontiamo storie, ridiamo. Alle dieci si sta già tornando a casa, e io non son più lo stesso.
Il paese diverso, la natura differente, gli animali per me esotici m’hanno fatto nascere una smania sconosciuta; “che bello – mi ritrovo così a pensare - pigliar su i cani e partire per un’avventura di caccia”! Ci rifletto un po’ più forte, tuttavia, e ne riconosco subito l’essenza; quanto meno delle emozioni che ritrovo come… familiari. Per forza: son le stesse, della stessa intensità, che già provai le prime volte “a caccia” da bambino! Tanto che a settembre, ero già a programmare la mia prima uscita oltre frontiera. Quindi eccomi lì, a dicembre, che stavo impazzendo di goduria s’un traghetto, mentre assieme ad un amico e ai nostri cani navigavamo per la prima volta verso la Croazia, a beccacce.
Giorni di scoperta e d’avventura. Ne conservo immagini in sequenza in guisa di cartoline dall’eternità.
Cacciatori di ricordi sulla scia delle emozioni

In una c’una vecchina che fa la guardia alle sue pecore con un AK 47 like a tracolla (era da poco finita la guerra); in un altra rivedo lavatoi all’aperto dove dovevi rompere il ghiaccio per lavarti la mattina; in altre ecco in sequenza “postacci” infami di spineti feroci in cui le beccacce – mi si creda - pullulavano, ma eri un drago se riuscivi spararne ammodo tre o quattro per giornata. A condire il tutto, schegge di memoria fra gastronomia contadina e distillati caserecci sorbiti con fame e sete lupesche, miste d’un fervore spirituale da eucarestia pagana. Su tutto poi, il piacere sublime di perdermi e ritrovarmi in luoghi che non sapevo nominare; rinnovando l’estasi della scoperta e del rinascere ogni giorno.
La formula magica mi divenne chiara: prendere e partire per nuovi orizzonti di caccia, sì da ricondurre ogni volta ad un livello virginale il portato emotivo d’ogni azione venatoria. La caccia ed il viaggio (cioè il viaggio di caccia) dunque, come mezzo per conservare integra la parte più pura della mia anima. …Son così giunti i paesi dell’Est d’autunni di starne e inverni beccacciari; si son susseguiti poi geli e foreste d’anatre, beccaccini e grandi ungulati in scenari da primordi. E ancora cacce aristocratiche nella vecchia Europa. Forcelli nelle terre degli sciamani. E patos e colini, pernici e palomas tra palmizi, mangrovie e paludi pullulanti di vita nel Caribe; scenari mozzafiato scoperti partendo a notte fonda sotto cieli di costellazioni differenti.
Certo gli animali e tanti, tal volta tantissimi. Su tutto il piacere di esserci quando poi, un giorno, di colpo… ancora una volta la dicotomia: il bivio. Di fianco all’estasi dell’esser lì, la voglia suprema di tornare; la nostalgia feroce di casa, degli amici di sempre e della mia terra e della sua caccia avara, difficile.
Di dove, anch’essa?

Provo ora a rispondere alla domanda dell’amico…
Via! Via perché l’anima del cacciatore ha bisogno sempre d’orizzonti lontani, fatti di scoperta, sogni e speranze. Qui pur anche, negli spazi prossimi (dove una beccaccia è una beccaccia perdio!) perché la caccia – quando vissuta con animo romantico - è anche e sempre rito; voglia di celebrare eventi mitici che per rinnovarsi sino in fondo necessitano di quinte e scenari familiari.
Ecco, lo dico senza infingimenti e consapevolezza piena, di questo è fatto il vero “cuore cacciatore”: un lato puer che curiosa sempre vuol conoscere e scoprire. Un’altra senex – radicata - che ha bisogno come l’aria di ricordare reiterando ciclicamente gesti atavici con gli occhi pieni di lessico familiare. Lontano e vicino. Domani e ieri. Il tutto per sfuggire la tirannia di un quotidiano che solo così, sospeso tra futuro e passato, tra speranza e memorie, consente ad una vita di cangiarsi in destino e guardare dritti in faccia l’eternità.
Dove gli orizzonti non finiranno mai di rinnovarsi, e ci sarà sempre un giorno nuovo nei quali coi nostri avi cacciatori scopriremo il sapore di un tempo e di un lungo che non cambiano.










