A come APERTURA, naturalmente. Dove una stagione comincia per davvero, ma si tirano altresì i bilanci sulla scia di ricordi e aspettative. Quella di quest’anno avrebbe dovuto portarci una riforma che non c’è stata, lasciando ancora sul piatto del dibattito politico tutte le problematiche che ormai da tempo immemorabile affliggono il nostro mondo. Come sia, l’apertura c’è, tranquilli. Che nessuno ce la porta via. E allora cerchiamo di viverla il più serenamente possibile, senza assilli, senza affanni, ma con tutta l’emozione del mondo e quel briciolo in più di pace nel cuore che sempre abbiamo noi cacciatori. Il popolo delle foreste.
A però anche come AGRICOLTURA (ricordando il titolo di una bella trasmissione della RAI): il futuro della nostra passione si gioca tutto qui. Dalla possibilità di arrivare a patti d’acciaio con gli agricoltori, unendo gli interessi e legandoli con una contrattualità di tipo strettamente economico dove la caccia diventi fonte di reddito alternativa a chi nella campagna ci vive e lavora, traendone un pane sempre più scarso e, ahimè, duro.
A poi come AMBIENTE: la sola causa per cui valga la pena di combattere strenuamente. Sì, i veri ambientalisti siamo noi. Ed è tempo di dimostrarlo.
B come BECCACCE, v’aspettereste dal sottoscritto. E invece no, o meglio, non ancora. Tempo verrà infatti anche per loro, ma di cose ne debbono succedere. Albe e tramonti avvicendarsi. Cambiare una stagione.
E allora sia nostra la B di BELLEZZA, quella che pura e intatta è sempre e solo là, nella natura. E noi questo lo sappiamo.

C di CANI, ovviamente. Quali che siano i nostri, al di là del tipo e della forma, della razza oppur dell’attitudine, sono la quintessenza della caccia, quella vera, sì che mi permetto di dire che non ve ne sia forma che in qualche maniera non ne contempli la presenza. Da ferma e da cerca, per i camminanti. Da riporto per gli appostatori. Da seguita e scovo per lepraioli e cinghialai. Da recupero e traccia anche per il selecontrollore. Amateli, amateli con l’amore più folle del mondo. E abbiatene cura. Sono in forma? Allenati? Le vaccinazioni sono a posto? Mi raccomando, non portate cuccioli e cuccioloni all’apertura e, se lo fate, sciogliete solo in zone dove siate voi, il vostro cane e basta. Una scarica di fucileria partita all’impensata, senza selvatico dinnanzi, potrebbe sciuparli. La confusione irretirli. E questo non è giusto.
C poi come CARTUCCE. Quelle che non vanno non ci sono più; ogni ditta ormai ne produce di perfette e a noi solo l’imbarazzo della scelta, tra tutte quelle scatolette colorate, come solo colorano i sogni.

Ma C è anche la lettera iniziale di COLOMBACCIO. Specie ormai da noi non più di passo solamente, ma in forti contingenti pressoché stanzializzata, sì che non pochi di noi è proprio verso gli “uccelli azzurri” che indirizzano le loro aperture. Abbiamo deciso dove tendere il riparo? Appostare l’insidia? Tirare su il capanno?
Mi raccomando, signorilità sempre. Se la zona è occupata, si cerchi altrove. Se in mattinata arriveranno dei cani con accompagnatori al seguito, un saluto, una stretta di mano e in bocca al lupo. Lasciamo polemiche e isterie ai miserabili che non son della “nostra setta”, mi raccomando.
D come DOVERI. In parte ne abbiamo accennato appena sopra, e questi son di quelli che “dobbiamo” ai fratelli. Ci sono tuttavia anche quelli di carattere burocratico. La licenza è a posto? Abbiamo versato all’ATC? Ci siamo ricordati di prendere il tesserino dove marcare le uscite e i capi? Lo so, di burocrazia ormai si muore, ma questa, invero, almeno un poco più leggera lo è, e non per finta...
E come EMOZIONI, naturalmente. Un tempo – credo tutti – non si dormiva un’ora la vigilia di apertura. Il rigirarsi nel letto ossessionati. Immagini in sequenza che, tra ricordi, sogni ad occhi aperti e poi speranze, ti rubavano già alle pareti domestiche per portarti là, nel tempo tuo più bello fatto di caccia solamente. I dubbi poi. “Ma avrò preparato tutto?” “Gli amici arriveranno puntuali?” “Casomai dovessi addormentarmi, la sveglia l’ho rimessa?” E il viavai tra il letto e il bagno, buttando un occhio furtivo ai panni già pronti in cucina (mai più così puliti!), e un altro all’orologio che ti pare stracco se non fermo, tanto trascina le lancette con inesorabile lentezza.
Fuori, i cani che uggiolano vibrando della stessa tua passione. I cani che sentono con te il momento e neppure tu capisci come fanno. E finalmente scendere le scale, scioglierli e metterli nell’auto. Caricare in macchina il fucile, l’acqua, i viveri per partire nella notte col cuore pieno di speranze. L’arrivo, finalmente, e l’alba come una liberazione. Felice di esserci in questo o altro modo, comunque vada. Emozioni...
Quelle di quest’anno, tutte le voglio dedicare ai diciottenni in procinto di perdere la loro verginità... VENATORIA!

F come FAGIANO. Poco da fare, è lui la preda d’elezione del cacciatore codaiolo, specie nell’Italia del Nord e in quella centrale. La diatriba è antica: signore della caccia o pollo colorato? Guerriero colchico o bestiame d’allevamento? Insomma, selvaggina degna o spregio del cacciatore e della caccia?
La risposta è sempre quella: se di covata, decentemente selvatico, pur non essendo il top per quel che concerne il lavoro del cane da ferma dal punto di vista dello stile e della forma (mica sempre detto, tuttavia!), concede come sia emozioni di classe e gran divertimento. Se poi l’ambiente è sporco, duro, difficile, mosso dal punto di vista pure orografico, allora ogni confronto con lui si trasforma in singolar tenzone dove solo chi osa vince. E bisogna avere i requisiti fisici e morali per riuscire a farlo. Bisogna essere cacciatori.
Da un punto di vista strettamente pratico, rende di più sotto tutti i punti di vista la caccia quando le guazze sono dileguate e il caldo ancora non opprime, anche se è sul mezzodì che possono scaturire le occasioni più gradite e insospettate. Quando, tornata silente la campagna, maschi vecchi e vecchie femmine escono dal forte per pasturar nelle campagne...
Ma la F è anche la lettera con cui inizia la parola FUCILE. O meglio, FUCILI.

Doppietta, sovrapposto o semiauto. 12, 20 o quello che vi garba. Sono sempre loro i protagonisti delle nostre avventure, strumenti indispensabili concepiti quali talismani cui affidiamo una parte consistente della nostra autostima (come brucia la padella!!!).
E allora non lesiniamogli mai cure, se sempre i soliti (pulitura e oliatura), né dimentichiamoci di provarli almeno un po’ (tra piatti, eliche e percorsi) se nuovi di pacca, fiammanti. E attenzione sempre, ragazzi: sono armi...
G come GIUBBA. La vecchia cacciatora stinta, compagna di mille scampagnate. La fedele amica più rattoppi che tessuto. Lisa, dai bottoni magari ormai spaiati e differenti. Oppure no. Un che di nuovo e bello. “Fico” e all’ultima moda in fatto di tessuti e concezione del capo. E da lei – la giubba, appunto – che per estensione concettuale andiamo a tutto quello che attiene alla voce vestiario, dalla testa ai piedi, ma non è ancora tempo di parlarne... Ora è il tempo dei ricordi, di odorare dappresso quel che di vecchio è ancora nell’armadio della caccia, e con quel profumo in mente ricordare storia e gesta che più non sono, ma che è giusto far rivivere anche se…
H come quella che ha capito chi ha bloccato (per ora) la riforma della Legge sulla Caccia... “Una donna per nemico” bisognerebbe scrivere, parafrasando una canzone del grande Lucio Battisti (cacciatore!!!). Maria Vittoria, da una parte... E dall’altra? Mmm... Credo non ve ne sia solo un’altra: è tutto un unico fronte ormai, quello dell’anticaccismo. Un partito trasversale che di un credo ambientalista falso e bugiardo – poiché cittadino solamente – ha fatto una sorta di religione alla rovescia. Poco da dire, siamo ormai carne da cannone per una politica volta solo al tornaconto elettorale, una politica che si ricorda di noi – e ci chiede il voto, privatamente, quasi in segreto, uno per uno – solo prima di ogni tornata elettorale (la solita letterina col solito faccione di politico che inesorabilmente principia col solito “caro amico cacciatore...”), salvo poi sconfessarci e ripudiarci a cose fatte: quando si deve governare coi sondaggi...
No, tutto questo deve cambiare. Proprio, proprio non ci siamo.
I come IMMAGINE. Divinità blasfema cui è consacrata un’epoca tutt’intera: la nostra. È questa, infatti, l’era dell’immagine, quella in cui, nel bene e nel male, conta più l’apparire dell’essere, e non ci si può fare niente.
Allora mi raccomando: niente “rambate” inutili! Carnieri esibiti, cartucciere alla bandolero, coltellacci da buffalo skinner, tenute da bandito... Sobrietà, invece, nel vestire e negli atteggiamenti, specie nei luoghi e nelle situazioni – come dire? – sociali; eleganza, direi. Cortesia e “modi di campagna” sempre poi, specie se per caso si viene a transitare o stare nell’altrui nell’esercizio della caccia. Alto profilo, insomma, ma con stile. È innegabile che ormai, in un’opinione pubblica indottrinata da falsi profeti, la nostra immagine è sotto i tacchi (sì, anche per colpa di chi doveva difenderci e non l’ha fatto, diciamocelo); ma non è detto, non è detto per niente che questo stato di cose non possa cambiare. In Francia l’hanno fatto, e passo dopo passo sono arrivati all’oggi che il 68% dei giovani ha un’opinione assolutamente favorevole della caccia e dei cacciatori. Idem in Germania e direi quasi dappertutto. Merito anche dei cacciatori che si son saputi presentare.
Bene, cominciamo a farlo fin dall’apertura, magari offrendo un caffè a quella signora o signorina al bar che ci guarda storto addentando il suo croissant. Questione d’immagine, appunto...
J... K6, mi verrebbe di dire d’acchito, evocando così una delle mie polveri preferite. Ma poi mi parrebbe di fare un torto all’F2, alla Tecna, alla sempre ottima MB. E l’S4, dove la mettiamo l’S4? No, perché poi ci sarebbero pure... Ecco, sto rubando il lavoro agli amicissimi Gianluca e Gianluigi, ma non è vero. Sto solo introducendo romanticamente la dimensione incantata di quello che per anni, lustri, decenni è stato uno dei riti fondamentali nelle vigilie d’apertura: il caricamento domestico delle cartucce. Tra racconti, mezze verità e balle clamorose (e sempre quelle, solo ogni volta un po’ diverse), storie che scivolavano tra bilancini, calconi e dosi di pallini, borre e orlatrici più o meno manuali per opera di uomini differenti, capaci di confezionarli con le mani i loro sogni mentre stemperavano l’attesa con piccole sorsate di vino e cuccume bollenti di caffè... Appresi anch’io l’arte e poi la scienza. Per anni mi ci baloccai. Maledico questo tempo mio presente che più non mi concede requie (correre, correre, correre...), anche se, in verità, che rito sarebbe ormai quello che uno compirebbe in solitudine...?
K di “Kriminali”! Sì, così era scritto su un cartello tenuto in piazza (Iddio sa dove) da una pasionaria anticaccia ripresa alla TV in un servizio! Definiva noi, cioè io e te e mio padre e tuo padre e i nostri nonni e tutti quegli uomini e donne di buona volontà come me e te, stregati dalla passione per la caccia e tutto ciò che essa rappresenta. Mi domando: quando finirà? Ma davvero ‘sta gente non ha nulla di meglio da fare? Dico, non ci sarebbero cause un po’ più nobili di questa cui dedicarsi se proprio uno è colto da un empito incontrollabile di socialità? No, mica per nulla, solo perché alla fine della fiera, come sempre, manco sanno di che parlano e fanno danno... Alla natura, in primis! Anche se, poveretti, non ne sono consapevoli...
L come LIMICOLI. Caccia bella e affascinante. Praticata ormai in poche zone e da pochissimi appassionati. No, non per moda o chissà per che ragione, solo perché gli ambienti giusti sono sempre di meno. Solo perché i calendari sono sempre più pazzi e volti a negare ogni diritto al di là di logica e ragione... E sì che al Nord Europa è già da luglio (minimo agosto) che i fratelli transalpini appostano felici... Beati loro!
L poi come LEPRE. E ci mancherebbe...! Preda estemporanea del cacciatore col cane da ferma oppur da cerca (ma che felicità a pigliarle!), si fa selvaggina d’elezione del segugista sul solco della più schietta tradizione della caccia all’italiana. Dalla III di settembre sa catalizzare l’attenzione di molti. Anche perché qui e là, in parecchie son tornate per davvero a popolare i campi, i monti, i piani e le colline. Come ai tempi del cacciatore contadino (che l’aveva nei sogni soprattutto per dar sugo alla sua mensa). Bene. In forma specialistica, è l’unica forma di caccia che non ho mai praticato in vita mia. E forse è per questo che m’affascina in modo particolare. In ogni caso, non ne ho mai pigliate tante; spesso ancora, quando le incontro, le padello. Colpa delle beccacce, in primis, colpa poi di tutti gli altri volatili che son uso per elezione cacciare assiduamente. Adesso vi spiego... Non me l’aspetto mai. Quando poi la vedo, mi blocco, m’irrigidisco. Faccio difficoltà a buttar le canne a terra, verso il basso, dove d’abitudine sono o i cani o le gambe dei compagni. Forse è per questo che tutte le volte che son riuscito poi a “convincerle a seguirmi a casa”, la gioia m’è durata almeno una mesata... I ricordi poi, quelli... Quelli sono indelebili!
M come MISURA. Quella giusta, sancita per legge in termini di prelievo, di carnieri. La voglia è tanta e pure l’entusiasmo, ma è imprescindibile non farsi mai prendere la mano. No, non per la paura di un verbale. Ma perché il troppo stroppia sempre. Non ci vuole la luna per essere felici. Le stragi insulse servono a nulla. Meglio, molto meglio ritornare col cucciolone da fare sulla covata che sterminarla tutta! Significa possibilità d’incontri. Meglio, molto meglio serbare per altre occasioni il capitale, prelevando solo gli interessi. Idem come sopra.
Ma la M è anche la lettera della MAGIA. Quel sentire panico. Pieno di presenze. Che da sempre accompagna ogni cuore cacciatore. Sacerdote supremo dei grandi riti della vita e della morte, perduto e ritrovato nel mistero dell’arcano naturale...
N come NOVITÀ. Ce ne aspettavamo di belle, e non sono arrivate. Pazienza (mentre continueremo sempre più uniti e compatti a combattere strenuamente le nostre battaglie). D’altra parte, il nostro pare essere un mondo refrattario a prescindere alle novità, sì che i versi del Pascoli parrebbero scritti apposta per noi: “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico...”
Mica vero. Il nostro è un mondo tradizionale, cioè un mondo capace di ancorare le sue radici a saldi valori che hanno superato la prova del tempo. Ma non è un mondo antimodernista a prescindere. Anzi. È un mondo che sui capisaldi della scienza oggi più che mai fa gravitare la sua orbita. Certo, quella delle innovazioni tecnologiche nei vari apparati, dalle armi agli strumenti. Ma assai di più quella che s’invera nei parametri corretti di gestione ambientale. Per questo siamo sopravvissuti a tutto: agli ATC, ai tesserini e ai silenzi venatori. Per questo continueremo a sopravvivere, checché possano pensare e poi sperare (illusi!) i nostri nemici... Siamo una specie che sa evolversi. E, come diceva Darwin, non sopravvivono né i più forti, né i più intelligenti (figurarsi i deficienti!), ma solo quelli che sanno adattarsi ai cambiamenti. Fate, fate pure... Come recita il salmista: “Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla...”
O come OCCASIONE persa (pare). Doveva essere una grande riforma a caratterizzare questa apertura. Così non è stato, o è stato davvero solo per una minima parte. Ora è inutile stracciarsi le vesti e piangere sul latte versato. Godiamoci quel che c’è, ma l’attenzione sia sempre ben desta.

P come PADULE, innanzitutto. Luogo magico e fascinoso come pochi. Teatro di cacce col cane le più varie e divertenti, tecniche e faticose; principe delle quali per certo il beccaccino. Come scordare i ralli, tuttavia? Come poi le anatre? Già, le anatre. Come ho già avuto modo di scrivere, quella con gli stampi, le botti e i richiami, la caccia di Valle per antonomasia e praticata a regola d’arte, è la sola che mi fa tradire i cani senza rimorsi di coscienza.
Libidine pura. Amo le specie e il paese. M’affascinano i luoghi ed emozionano i tiri. Anche gli odori mi rapiscono nei chiari, trascinandomi in dimensioni di terre fra acqua e cielo solamente, dove la caccia acquista il senso di una vera e propria filosofia di vita, piena di poesia...
P tuttavia anche come PRUDENZA. Questa davvero non è mai troppa e, al di là del gusto di non far dare i numeri dei morti e dei feriti ai nostri denigratori, è alla nostra salute che si deve pensare. E per quella dei nostri cari, mentale compresa.
Sempre attenti, dunque, a caccia. Maneggiando le armi per quel che sono. Pronti poi, preparati, sia fisicamente che psicologicamente, lasciando gli azzardi ai drogati di brividi e adrenalina, sostanze stupefacenti proprie degli schizzati, punto e basta!
P poi anche come PARTECIPAZIONE. Ormai lo si è capito: le nostre battaglie non le combatterà mai nessuno in nostra vece: siamo soli. Ma siamo anche 500.000. Più operatori dell’indotto. Più famiglie al seguito, in molti casi. Una forza, dunque. Poco da dire: bisogna esserci, stare attenti. Partecipare, appunto, senza lasciarci più mettere una sola volta all’angolo mentre altri discutono tra loro delle nostre vite...

Q non può che evocare quella che per secoli è stata la regina delle aperture del cacciatore col cane da ferma: la QUAGLIA, la reginella contadina dei panicastri e dei medicai. Al Nord, ormai, per via dei calendari, è una chimera o quasi. Al Centro in qualcheduna ancora inciampi, se vedi mai un po’ di pioggia già d’agosto ritarda sfalci, arature e te le lascia, dando un senso vero all’apertura (io, tra un campetto dove so qualche quaglia e un altro dove so di qualche fagiano, manco mi pongo il problema della scelta: dritto sulle quaglie!). Al Sud, quando apre, in qualche posto è festa grande già; per tutti gli altri lo diventa quando inizia più robusta la migrazione e ottobre strizza l’occhio.
Grande, grande caccia. Grande, grandissima specie. Formidabile per temprare il can giovane e il cacciatore. Imprescindibile per un dressaggio che voglia dirsi tale.
Facile, solo per chi non la conosce o la fa male!
Io, le mie le vado a cercare di là dell’Adriatico e da quest’anno fino a dove nascono i Carpazi. Le centellino come le ciliegie, le “risparmio” come Paperone le sue monete (si spara solo a premio d’azione impeccabile, solo a tiro pieno, mai più di un numero prefissato per cane anche quando ne è pieno zeppo!), mentre come Mosè ringrazio il Cielo che continua a mandarmene per la gioia dei miei cani e dunque mia...
E così il cuore, il cuore che mi si gonfia solo all’idea di vederle (sono femmine) lavorare in campi di stoppie e sodo a perdita d’occhio, contro quaglie malandrine capaci d’esaltare stile e praticità...

R come RICORDI: quelli di tutte le aperture. Quelli di tutte le aperture mescolate a mille altre giornate. Quelli che sempre porto nel cuore e non c’è vigilia in cui non mi ci trastullo; anche se a volte fa un po’ male... E la mente che vola a cani che non ci son più. Nonni e parenti che li han seguiti, e poi mio padre, il mio “babbino”. Situazioni che, per quanto sia, mai più potrai rivivere in eguale.
R come ROMANTICISMO, allora, dimensione quintessenziale senza la quale la caccia è un’altra cosa. Forse niente.
R poi come RISERVA. Quella che, anche quest’anno, in molti sceglieranno come quinta della loro di apertura. No, non per sparare come i matti! No, nemmeno perché pavidi o assuefatti all’atmosfera ormai, a forza di licenze. Due, due sono le motivazioni di base di tutti questi: l’apertura è una festa, e allora perché non viverla in una dimensione d’idillio solamente? Senza assilli. Assieme agli amici di sempre. Santificando il tutto dietro una tavola imbandita che poi, via, dopo il caffè, quando rinfresca, si riparte per recuperare qualche capo...
L’apertura è una festa, dicevamo. E c’è chi non vuole che, in giorni come questo, gli si rompano i…!
S sta per STORNI, innanzitutto. Specie onnipresente, in forte aumento, inspiegabilmente oggetto ancora di protezione. Nei luoghi dov’è in deroga, offre girandole e tiri spettacolari all’esperto capannista. In qualità e quantità. Che certo ormai in Italia può mancare di tutto, meno gli storni, che sono pure troppi!
S come SODI, poi. Quei terreni incolti che ormai sono più rari d’un politico sincero. Specie poi se guardiamo dal Centro a tutto il Settentrione. Sono la base territoriale per qualsivoglia intervento di gestione che voglia dirsi tale (specie sul versante del ripopolamento atto a favorire cove naturali); andrebbero tutelati più del falco pellegrino, serbati come oro dove sono, ripristinati il più possibile dove mancano.
È qui che si menano i cani con speranze le più concrete. E questo qualche cosa lo vuol dire...
T di TRAINING, per cominciare. Cioè quell’allenamento che è indispensabile sia per noi che per i cani al fine di reggere il passo con la passione e pur la voglia già dai primi giorni. T però e ancor di più come TORTORA.
Credo non sia stato per caso se nella tradizione venatoria è divenuta con la quaglia sinonimo d’estatino. Vale a dire uccello che giunge da noi in primavera, per poi migrare quando arriva dal cielo il primo avviso dell’autunno. Bastano un paio d’acquazzoni dopo Ferragosto per farle sloggiare tutte o quasi. Si chiedeva una preapertura per poter avere la ventura di provare a farne un mazzettino. Da qualche parte è arrivata, in altre l’han del tutto chiusa. Se perdura il sole bello, chi trovi un campo a girasole e lì le apposti, meglio se con uno specchio d’acqua poco lontano, può misurarsi senza tema d’errore in uno dei tiri più difficili e spettacolari che ci siano. Alternando rapide stoccate a fucilate meditate, caratterizzate tutte da anticipi iperbolici. Spollo e rientro a tortore – se non ci si dimentica l’Autan a casa, divenendo noi oggetto di caccia da parte delle zanzare – sono un unicum capace di rendere questa una delle cacce in verità davvero più divertenti in assoluto.
U come UNITÀ. Quella auspicata, fortemente voluta da parte di tutta la base del mondo venatorio, cui fa riscontro la sterile litigiosità dei vertici. Qualcuno diceva: “divide et impera”. Qui non hanno dovuto fare nemmeno la fatica del gesto: ci s’è pensato da soli... Roba da matti!
U poi come UNGULATI! La grande, vera novità del nostro mondo a cavallo tra due millenni. Ritornati dappertutto, in molti posti pure troppi, tra cervidi e bovidi sono un tesoro d’amministrare senza dubbio. Il “troppi” era poi rivolto a loro, ovviamente: gli onnipresenti cinghiali! Fantastica specie che tuttavia richiede per certo dinamiche di gestione un po’ più oculate e meno rivolte alla mera logica dei numeri.

V come VITTORIA, avrei voluto dire. E invece parlo di VESTIARIO. È tutto a posto? Abbiamo rinnovato ogni cosa? Pensiamoci bene, perché la differenza tra una bella avventura e una tragedia a caccia possono farla delle pedule difettose, una stringa che si spezza, un impermeabile che manca o che non tiene più l’acqua, un buco negli stivali, un guanto che non si trova, i calzetti non adatti...
Oggi, il mercato offre di tutto e di più per tutte le tasche. Davvero, non val la pena di patire. Quanto poi allo stile, è stato detto tutto (eliminatela, la roba ex ordinanza, vi prego!), quindi passo direttamente a spezzare una lancia nel versante dei capi ad alta visibilità, specie per i cacciatori vaganti.
Gilet e camicie orange, cappellini, foulard e inserti dello stesso colore non servono solo ai cinghialai, ma a tutti coloro che non facciano del mimetismo la loro arma tattica. Non dimentichiamocene mai.
Dalla quaglia al fagiano sino alla lepre, tutti avremmo solo dei vantaggi a vestire un capo arancione sin dalla prossima apertura.
W per Weidmannsheil! Mutuato dall’universo venatorio germanico/austro/ungarico, diffuso soprattutto da Seasons prima e da Caccia e Pesca poi, col diffondersi anche da noi della caccia di selezione è divenuto a tutti gli effetti vocabolo dell’Esperanto venatorio internazionale.
X come pareggio: quello che si sperava di ottenere con tutti i conti che avevamo in sospeso nel versante dei diritti, e invece...
Y come Yoh-oo!! Sveglia, dai... Tra poco è quasi l’alba!!
Z perciò come... Zitti, ragazzi, silenzio! Ancora una volta il sipario si leva rivelando scenari naturali: ...e un’altra stagione che va ad incominciare!!!










