Va premesso che il DDL caccia non rappresenta un atto di profondo rinnovamento che molti sostenitori aspettavano e molti altri non hanno perso occasione comunque di demonizzare. Non si tratta di un cambiamento radicale della gestione faunistica italiana ma di una serie di provvedimenti e adeguamenti, alcuni dei quali già in atto in Europa che hanno acceso lo scontro politico già esistente fra le fazioni che non riescono a dialogare neppure intorno a concetti come la conservazione e la biodiversità, aspetti che dovrebbero unire tutti gli amanti della natura, ma ancora una volta sembra impossibile sviluppare una discussione senza incorrere in attacchi e strumentalizzazioni. Cerchiamo di fare chiarezza sui punti che hanno attirato le maggiori polemiche.
Aree Demaniali e Specie cacciabili

Una delle critiche più diffuse riguarda la presunta apertura della caccia sulle spiagge. Si tratta di una lettura errata: la caccia lungo i litorali è già normata dalle Regioni e non subisce liberalizzazioni con la nuova riforma. È tecnicamente impossibile che l'attività venatoria interferisca con la stagione balneare, poiché i calendari regionali e i piani faunistico-venatori stabiliscono limiti spaziali e temporali invalicabili, garantendo la sicurezza pubblica e il rispetto delle aree demaniali. Parchi nazionali e regionali, oasi di protezione, zone di ripopolamento e centri abitati continuano a restare esclusi dall'attività venatoria ordinaria. Le attività di controllo eventualmente svolte nelle aree protette costituiscono attività di controllo già esistenti e diverse dalla caccia e disciplinate da normative specifiche.
Per quanto riguarda l'inserimento dell'oca selvatica tra le specie cacciabili, l'intervento non è che un adeguamento alla normativa europea. La specie gode di uno stato di salute ottimale a livello continentale e il suo prelievo è già previsto in molti altri Paesi UE. Non si tratta di un'apertura indiscriminata, ma di una gestione razionale basata su dati scientifici che ne attestano la sostenibilità e la necessità di controllo per limitare gli impatti sulle colture agricole.
La protezione del lupo e la sua gestione
È fondamentale chiarire la posizione riguardante il lupo. La riforma non rende il lupo una specie cacciabile. Esso rimane un animale protetto ai sensi della Direttiva Habitat e della Convenzione di Berna. Tuttavia, la crescita numerica della specie e la sempre più complessa convivenza con le attività zootecniche richiedono una gestione pragmatica come in altri stati europei che condividono la stessa situazione.
Il testo introduce la possibilità di interventi di contenimento selettivo, che non hanno nulla a che vedere con l'attività venatoria ordinaria. Tali operazioni:
- Possono essere eseguite esclusivamente da personale specializzato (come agenti di polizia provinciale o operatori abilitati sotto stretto controllo).
- Avvengono solo in casi di comprovata criticità per la sanità animale o la pubblica sicurezza.
- Richiedono pareri tecnici vincolanti che ne certifichino la necessità.
Richiami vivi e strumenti di osservazione, cosa cambia?

Praticamente poco o nulla, per quanto riguarda questi due temi in quanto vengono confermati i sistemi di identificazione, l'inalterabilità e l'inamovibilità dei contrassegni per i richiami di cattura e inanellati, mentre non ci sono limiti per i richiami allevati, nati in cattività come già contemplato in alcune Regioni. L'estensione dell'impiego di visori ottici notturni per la caccia a tutti gli ungulati rappresenta un ampliamento di un impiego già autorizzato in molti distretti che permette uno svolgimento più consapevole e sicuro del prelievo selettivo serale e non può essere giudicato sulla previsione di illeciti o atti di bracconaggio che nulla hanno a che vedere con il normale e regolamentato svolgimento dell’attività di caccia selettiva.
Il ridimensionamento di ISPRA
Il parere di Ispra, presumibilmente invalidato secondo alcuni, con la reintroduzione del Comitato tecnico nazionale resta un parere di riferimento importante ma non esclusivo, giustamente inserito in un più ampio sistema consultivo per la garanzia di un confronto reale e tecnico fra le parti scientifiche, tecniche e istituzionali.
Il cacciatore come operatore di gestione e tutela

Uno degli articoli più criticati della riforma è proprio il primo che vede la trasformazione della legge 157 da norma di tutela a norma di gestione della fauna. Capire e accettare la realtà dei fatti, cioè che il concetto di conservazione e tutela non siano in contrapposizione con l’attività venatoria e gestionale, cioè che i cacciatori siano i primi impegnati e interessati alla tutela degli habitat e della fauna sembra davvero inconcepibile per i detrattori e gli animalisti. Il cacciatore contemporaneo è un attore attivamente coinvolto nella conservazione della biodiversità. Il suo interesse primario è che l'ambiente sia integro e ricco di fauna: senza un ecosistema sano, la sua stessa passione non avrebbe futuro. In quest'ottica, i cacciatori contribuiscono al monitoraggio del territorio, al presidio delle aree rurali contro il degrado e al mantenimento degli habitat.
Il prelievo venatorio rappresenta solo una minima percentuale, calcolata scientificamente attraverso i censimenti e approvata dagli organi tecnici, rispetto al totale della popolazione selvatica che i cacciatori stessi aiutano a far proliferare attraverso interventi di miglioramento ambientale. La gestione faunistica non è dunque "assenza di intervento", ma una partecipazione attiva basata su dati certi per garantire l'equilibrio tra agricoltura, sicurezza e tutela della biodiversità.
L'aggiornamento della 157/92 mira, in sintesi, a ristabilire un sistema di competenze chiaro tra Stato e Regioni, utilizzando la caccia come strumento regolatore e non distruttivo, inserito in un perimetro di legalità e rigore scientifico.
Va ammesso che alcuni passaggi del DDL che descrivono e riducono la caccia come sport, attività motoria o tradizione sono fuorvianti e prestano il fianco a facili strumentalizzazioni. Essere cacciatori oggi non può essere considerato un atto di celebrazione del passato o un modo fra i tanti di mantenersi in forma, ma se anche questi aspetti sono impliciti nelle attività svolte, voler diventare o essere cacciatori significa rispondere ad un carico di consapevolezze, conoscenze e responsabilità che coinvolgono gli appassionati a tal punto da corrispondere spesso ad una scelta di vita che mette in relazione costante il cittadino cacciatore con il suo territorio in atteggiamento di presidio e tutela costante per poter vivere con soddisfazione e senso la più antica forma di relazione fra uomo e ambiente.










