Se la ricerca di leggerezza e prestazioni balistiche ottimizzate per lo short e medium range è per certo uno dei volti più in voga della caccia odierna, tuttavia non è il solo, anzi. Due sono infatti e già da sempre le dimensioni in cui s’invera in quanto tale il modo di cacciare: dinamica una, e così servita da ausiliari ad hoc e relativi “attrezzi” consoni; statica invece quell’altra, e non poteva anch’essa non dare vita a cani che fossero all’altezza della situazione, così come ad armi specialistiche capaci di fotocopiarne caratteristiche e destinazione d’uso.

Eccole qui dunque, ascissa ed ordinata che delimitano il piano cartesiano del vero, grande cacciatore di acquatici specializzato: una corre all’infinito sulla scia di quelle meravigliose razze di cani create e poi specializzate proprio per cacciare specificatamente anatre e oche nei loro ambienti (il tutto con una spiccatissima attitudine al riporto e al recupero, ovviamente): parlo chiaramente di golden e labrador retriever. L’altra invece, che ha la forma e la sostanza di quelle specifiche armi che la scienza oplologica - in un costante cammino tecnico fatto di progressi e innovazioni - è riuscita a regalare a quella particolare genia di cacciatori per i quali attività venatoria significa soprattutto ambienti umidi, climi infami, tiri lunghi o lunghissimi (e per di più, spesso con munizionamenti particolari, come quelli armati ad acciaio/bismuto anziché piombo!) su prede poi che son sempre uccelli ostici, duri e diffidenti quali per l’appunto gli acquatici tutti: dalle piccole ma elusive, velocissime alzavole e marzaiole (dalle dimensioni d’un piccione), sino alle grandi oche dove possibile. Sorta di “tacchini” volanti dal piumaggio corazzato per aver ragione dei quali è sempre meglio essere forniti d’attrezzatura configurata alla bisogna, come i fucili magnum e supermagnum.
Cani da... acqua!
Anche se da noi è diventato famoso anni fa come testimoniale in pubblicità della carta igienica (d’altra parte stessa sorte è toccata pure a Dante e Mozart, per cui è in ottima compagnia), il golden retriever non è certo quella specie di pacioccone tutto casa e famiglia che la TV e la cultura (si fa per dire) dominante vogliono farci credere: tutt’altro!

Certo, in casa è una pasta di cane. Sicuro, si adatta splendidamente a servire l’uomo anche in altre attività, tutte differenti da quella venatoria: dal salvataggio alla polizia, dall’accompagno per disabili sino all’antiterrorismo. Vogliamo poi parlare di che razza di meraviglioso compagno di giochi può essere per piccini di... tutte le età?
Vero è, tuttavia, che queste splendide qualità son meri “optional” per una razzaccia di rudi cacciatori che di questi cani si serve - no, che con questi cani collabora: ecco, così è meglio! - in una delle più dure e severe discipline venatorie che ci siano: quella della caccia agli acquatici da appostamento (e variazioni sul tema!).
È qui che infatti il golden sfolgora come astro di prima grandezza, rivelandosi ausiliare d’utilità assoluta: la sua dedizione alla causa - sul piano emozionale - e la sua efficacia - su quello pratico - ne fanno amico del cuore e compagno inseparabile di tanti cacciatori con le zone umide nel sangue.
Il labrador, con differenze più che altro di tipo morfologico/cromatico, ne ricalca praticamente tutte le meravigliose attitudini.
Andiamoli a conoscere più da vicino.
Il golden retriever
Al contrario di quel che vedremo per il labrador (e così anche per gli altri retriever), le origini del golden sono ben conosciute grazie a un evento preciso che costituisce un caposaldo del mito e della storia della razza: nel 1952, nella tenuta di Tweedmouth, il pronipote del conte di Ilchester ritrova quasi per caso degli strani documenti. Sono veri e propri libri genealogici, nei quali lo zio aveva annotato tutti gli incroci con le relative nascite e i giudizi sulle stesse. Poco più che una curiosità irrilevante per il mondo “profano”. Fatto epocale invece, per chi di caccia e cinofilia ci campa per davvero!
Era lì infatti che erano contenuti tutti gli elementi probatori capaci di legittimare l’appassionato lavoro di anni che aveva portato alla nascita di una delle razze canine di maggior successo della storia; una razza che di lì a poco sarebbe stata battezzata e conosciuta così come oggi la conosciamo: golden retriever.
Siamo nel 1960 quando questo avviene per opera del Kennel Club inglese. Alle spalle c’è, dunque, l’attento lavoro di selezione che sin dal 1858 lord Dudley di Tweedmouth aveva operato su quelli che allora erano chiamati “retriever a pelo ondulato” o “retriever oro”, partendo da ceppi spaniel (tweed water) e retriever (flat coated).

Nella sua mente c’era il cane perfetto. Ovvero il cane-cane quale archetipo dell’ausiliare dell’uomo in questa vita: capace insomma d’essergli compagno e di servirlo in ogni modo, a partire dal compiacimento del suo senso estetico - e in effetti, il golden è francamente bellissimo - sino a tutti gli altri aspetti che costituivano la quintessenza del lifestyle del perfetto gentiluomo di campagna.
Missione compiuta, bisogna dire, dato che il golden è un cane dolce, amante delle persone in quanto tali. Affettuoso senza esser invadente. Legato ma con una sua autonomia. Impara con facilità e si lascia educare come pochi. Mai caparbio verso il padrone, sa poi adattarsi a qualsiasi situazione, anche ambientale. Di qui il suo successo ai limiti dell’“indecenza”, cosa che lo ha portato a essere il cane delle pubblicità e quello preferito dai bambini e dalle famigliole più o meno felici dei relativi jingle. Famigliole che tuttavia, nella realtà, spesso e volentieri “ne fanno un uso” poco ortodosso: quanti golden imbolsiti e decisamente sovrappeso si vedono per le vie cittadine e nei giardinetti?
Hanno un “neo” infatti questi cani (così qualcuno lo definisce), un “difetto” (idem): quello di essere “prodotti” assolutamente e al di là di ogni ragionevole dubbio nati e concepiti per la caccia! Esseri cioè, bisognosi di spazi in cui correre e faticare, sempre impegnati in avventure in cui spendersi sino in fondo; terre e climi non tenuti ad essere gentili né con essi né con quei “matti” dei loro padroni. Cani cioè anch’essi “pazzi” di sveglie antelucane e sagaci appostamenti conclusi da colpi di fucile da festeggiare con eroici recuperi e riporti fra “magnifiche” acque gelide e “splendidi” canneti taglienti: senza disdegnare poi fasi di cerca e recupero fra campagne di rovi e spine, meglio se circondate da fanghiglie ed acquitrini in cui poter scorazzare senza posa!
Lo dico quindi senza tema di smentita: chi, da semplice cittadino, non abbia mai visto gli occhi pieni di cielo e vento d’un grande golden da caccia mentre torna a nuoto con l’anatra fra i denti, o mentre seduto ai tuoi piedi ti riconsegna il fagiano strappato alle rogare, non ha mai visto in vita sua un golden felice per davvero!
E questo mi dà il destro per un’ulteriore considerazione: costui è per certo un individuo non del tutto felice anch’egli, dato che, non essendo cacciatore, mai potrà capire quel che cantava anche John Lennon: happiness is a warm gun.
Oh, yes. E se magnum è ancora meglio...
I magnum...
Prima che nell’immaginario collettivo il termine finisse per indicare bombe caloriche ai limiti del digeribile in forma di gelatoni ricoperti di glassa al cioccolato, in oplologia era utilizzato per definire particolari tipologie di armi caratterizzate dalla possibilità di sparare le cariche del calibro immediatamente superiore rispetto a quello nominale.
Capiamoci, nessun “super potere” che non fosse quella caratteristica di poter “dare di più”, in meno peso/spazio. Cioè, magnum in alcun modo vuol dire potenza pura in quanto tale, “furia e devastazione” come credono invece gli sceneggiatori di Hollywood e il relativo pubblico. Bensì, solo “irrobustito” rispetto alla taglia d’appartenenza. “Dopato” ma in maniera legale, potremmo dire.
Gli è infatti che un calibro .410 (cioè un 36 magnum), di per sé, è di parecchio inferiore persino a un semplice 28 standard, sotto qualsiasi punto di vista lo si consideri!

Dice: ma allora perché sono stati creati i calibri magnum, quando alla bisogna si poteva accedere direttamente al calibro superiore?
La risposta è semplice, anche se duplice:
1) Per rendere più versatile un’arma senza aumentarne in maniera sostanziale pesi e forme (questo in termini generali, dal rigato corto, passando per il lungo, sino al liscio in genere).
2) Per garantire in ogni caso livelli adeguati di potenza, senza dover violare i limiti di legge e del buon senso.
Già, perché in ambito venatorio, via via che la caccia si è fatta sempre più sportiva e in senso lato etica, si sono imposte limitazioni intrinseche quanto tassative di calibro, cioè relative alle cariche che si potevano sparare contro uno o più capi di selvaggina. E questo non per limitare l’efficacia dei fucili verso il singolo selvatico preso di mira, quanto piuttosto per porre un freno determinante verso alcune tipologie d’arma, un tempo permesse, l’utilizzo delle quali avrebbe potuto rendere problematica la corretta gestione delle specie in quanto tali, con incidenze di prelievo insostenibili.
Mai sentito parlare infatti di spingarda e spingardino?
Erano veri e propri cannoncini ad anima liscia, che un tempo era possibile montare su barchini bassi e piatti, coi quali una volta giunti a tiro d’un branco d’anatre buttate s’un chiaro o su un padule, si sparava una secchiata di piombo menando strage.
Le versioni ad uso “manesco”, eran per lo più calibri dal 10 in su, sino all’8 e a rarissimi 6...
Inammissibile, oggi come oggi. A dire il vero, inammissibile già da tempo.
Parliamo del momento in cui le legislazioni planetarie ed il buon senso comune del mondo venatorio resero il calibro 12 il massimo consentito a caccia. E con tutte le ragioni del mondo!
Sul piano etico/scientifico e gestionale della questione, nemmeno mi pronuncio. Su quello tecnico ci si arriva anche da soli, basta aver avuto per l’appunto l’opportunità di prendere in mano calibri 10 e via a salire per capire...
Poco portabili, ingombranti, scomodissimi, difficilissimi da realizzare in serie e altrettanto difficili da puntare nelle cacce moderne, molto dinamiche e sportive anche quando statiche.
Ecco perché un bel giorno, via via che miglioravano i materiali - sempre più performanti sul piano della resistenza fisico-meccanica, mentre diminuivano i loro pesi specifici - si pensò d’incrementare le prestazioni balistiche dei calibri più diffusi (12 su tutti, ma anche 20) mettendo loro il “turbo”: cioè rendendoli magnum soprattutto attraverso una modifica - la camera di scoppio portata da 70 a 76 mm - applicata a una concezione ingegneristica generale dei singoli attrezzi, volta a due obiettivi sopra ogni altro: 1) aumentare la robustezza dell’insieme; 2) rendere al contempo i rinculi meno penosi possibile.
La prima risposta fu più “ferro” e quindi più peso: quella di oggi è solo più tecnologia in ogni senso, con fucili agili e veloci quanto tetragoni e morbidi alla spalla anche con le massime cariche, il tutto in forme snelle, leggere ed agilissime (pur con la debita potenza) quanto quelle d’un magnifico retriever plasmato da e per la caccia!
Poi, c’è anche chi non s’accontenta mai, e infatti non paghi del golden...
Il Labrador
È lui l’altro protagonista della caccia agli acquatici a quattro zampe. Capace - se di buon ceppo e di saldo addestramento - d’imprese ai limiti dell’incredibile. Un cane magnifico, meraviglioso, potente. Un cane forse troppo di successo (come il golden), cosa che ha quasi rischiato di comprometterne le eccezionali capacità venatiche in certi scenari e in determinate situazioni.

Originario di Terranova - terra resa celebre per la straordinaria pescosità delle sue acque - trae origine da una selezionata razza di cani, forse rintracciabile nel cane di Saint-John, che ivi prese ad ottenere un certo successo per quattro doti destinate a diventare caratteristiche salienti della razza: forza, bellezza, attitudine ad ogni tipo di lavoro in acqua e un’intelligenza impressionante.
Si racconta che addirittura questi cani, oltre che per la caccia, fossero utili persino ai pescatori, per i quali recuperavano a nuoto pesci caduti dalle reti per poi essere issati a bordo tramite funi.
Fatto sta che questi cani colpirono tanto i marinai inglesi di passaggio con la loro generosità, che alcuni ne furono importati in Gran Bretagna attraverso i porti di Poole e di Greenock, i principali snodi per il pescato delle navi inglesi di rientro dalla Newfoundland (Terranova). Uno dei primi scritti riportanti notizie dei cani di questa isola è contenuto in un giornale di bordo del marinaio Aaron Thomas, datato 1794, in cui si narrano le capacità di questi cani, già tanto noti in Inghilterra, ma non paragonabili alla grande utilità che avevano per le genti di quelle fredde terre...
Ma le cose stavano per cambiare e per opera di un personaggio straordinario.
The second Earl of Malmesbury è un famoso cacciatore che verso i primi dell’Ottocento risiede nella cittadina di Heron Court, a due passi da Poole, uno di quei porti di scalo da Terranova dove ormai i cani di Saint-John sono divenuti preziosa merce di scambio. Fu lui ad accaparrarsi non senza fatica alcuni soggetti e ad iniziare a adoprarli per la caccia in maniera sistematica. E fu sempre lui, proprio il secondo signore di Malmesbury, che senza ombra di dubbio prese pure ad allevarli e a permetterne la diffusione in tutta la Gran Bretagna. Vari esemplari, infatti, di lì in poi, iniziano a vedersi qui e là in opere e quadri. Alcuni compaiono in Scozia e nel Galles (celebri quelli del duca di Buccleuch e del decimo lord Home), e già dal 1835 il cane inizia pure ad essere conosciuto come noi lo conosciamo: labrador!
La fine del secolo vedrà i discendenti di queste nobili casate, con un ruolo di spicco tributabile non per caso al III Earl di Malmesbury, distinguersi quali importatori, esportatori e diffusori della razza, anche e soprattutto grazie alla nascita, oltre a quella nera, della bella variante a pelo mielato.
Fu nel 1903 che il labrador, oramai divenuto popolare in Inghilterra, venne riconosciuto ufficialmente dal Kennel Club come razza vera e propria, mentre già (senza saperlo) dettava legge nelle gare di caccia e presso i più accaniti sportsman.
Da qui in poi fu un susseguirsi di successi e riconoscimenti, sin quando apparve nel mondo retrieveristico inglese la figura che gettò le basi per la definitiva popolarità del labrador a livello planetario: il Viscount Knutsford, che se ne innamorò facendo conoscere la razza in tutto il mondo.
Oggi i più lo conoscono per essere compagno di vip e presidenti, rock star e attori. Non fatevi ingannare dalla sua capacità di sopportare tutti costoro, né dalla sua indole pacifica, che lo rende adattabile anche alla vita comoda: la sua vera natura è al 110% quella di un super cacciatore infaticabile, capace di ogni genere di lavoro (tranne la ferma) fra quelli consoni ad un cane da caccia! Che dire poi delle sue spiccatissime vocazioni agli ambienti umidi, al freddo, all’impeccabile riporto dalle acque per quanto gelide possano essere?
Superbe!
Anzi no, supermagnum…
Il supermagnum

12/70: normale. 12/76: magnum. 12/89 (sic!): supermagnum. Eccola qui, oggi, la semplicissima tabella esplicativa che determina le denominazioni. Interpretiamola: la prima cifra è quella del calibro (ed indica il numero di sfere di quel determinato diametro ricavabili da una libbra di piombo, che qui dunque sono 12), la seconda quella della lunghezza, espressa in millimetri, della camera di scoppio sino al vivo di culatta. Nel 70 standard sarà quindi di 70 mm, nel magnum di 76 e nel supermagnum di 89 mm.
I munizionamenti seguono a ruota, con gli standard che per dose massima avranno i 40/42 grammi di piombo delle cosiddette cariche baby magnum (la minima e la nominale qui non interessano, e farò riferimento solo ad armi di ultima generazione), i magnum che saranno posizionati sui 50/52 grammi e i supermagnum che vedranno vere e proprie mini-bombe estendibili sino ai 63 grammi. Si tratta, ovviamente, di cariche assemblate su bossoli e inneschi, con quantitativi e tipologie di polveri adeguati alla bisogna.
Dice: ma se non servono per far più prede su branchi buttati, a cosa servono davvero cariche magnum e supermagnum?
Né più né meno per fare lo stesso lavoro per cui abbiamo forgiato i golden e i labrador retriever: aiutarci ad aver ragione, in ambienti ostili come quelli acquatici, di selvatici imprevedibili e sempre più elusivi, protetti per di più da piumaggi oleati, forti e compatti, capaci di funzionare a distanze significative quali veri e propri giubbotti antiproiettile.

Questo coi pallini in piombo, che, grazie all’elevato peso specifico delle leghe piombo/antimonio, conservano comunque energie inerziali residue anche a distanze serie; figuratevi ora cosa succede con munizionamenti armati invece con pallini in acciaio oppure bismuto! Poco da fare, devi armare a numerazioni elevate, certo di avere comunque cariche dimezzate di munizionamento utile: cioè, per ottenere il medesimo stopping/wounding power di una cartuccia baby da 40 grammi di piombo n. 5 su un normalissimo bossolo da 70, su un germano a 35/40 metri, sei quasi obbligato - usando una carica acciaio/bismuto, obbligatoria in molti comprensori - a servirti di pallini del 2/3 in bossolo da 76 mm come minimo; se poi sono 89, è pure meglio!
E già, proprio a questo si deve la grande ricerca sui versanti magnum e supermagnum che in questi ultimi tempi ha investito tutti o quasi i laboratori delle più grandi case: la necessità di poter dare in mano ai cacciatori prodotti il più versatili possibile! E oggi lo sono davvero, grazie a tutti i progressi avvenuti nei campi paralleli della meccanica e dell’ingegneria dei materiali.
È infatti all’ordine del giorno, specie in Inghilterra ed oltreoceano, vedere cacciatori che si servono di splendidi ed agilissimi golden e labrador sì per il riporto alle anatre, ma anche per tante altre forme di caccia, vagante inclusa (dove i nostri si comportano da perfetti ausiliari da cerca, capaci di tracciare e poi scovare qualsiasi tipo di selvaggina); altrettanto è usuale ormai vedere uscire dai nostri opifici fucili camerati magnum e supermagnum che, per forme, peso e contenuti, vengono tranquillamente adoperati per ogni tipo di caccia in cui serva un... fucile!
Un’unica limitazione quando andiamo sul “grosso e serio”, da lavoro quasi: come golden e labrador mai potranno essere cani da ferma atti a leziosissimi lavori, altrettanto in chiave magnum e supermagnum si fabbricano praticamente solo spartani (anche se non scevri d’una loro rustica eleganza) semiautomatici e qualche “americanissimo” fucile a pompa.
Ecco a chi sono destinati...
Come lavorano magnum e retriever

Agili e potenti, affidabili in ogni situazione ed incuranti di tutto, magnum e golden, supermagnum e labrador, pur avendo una specialistica destinazione d’uso nella caccia agli acquatici (dove fanno i numeri), sono tuttavia “compagni di caccia” estremamente efficienti in qualsiasi forma di caccia, esclusa solo (fino a un certo punto) la vagante in ambienti improbi dove si spara pochissimo e solo se al servizio della ferma.
Per ogni altra cosa, davvero NO LIMITS! I cani, infatti, si adattano a tutti gli ambienti e a tutte le situazioni, potendo all’occorrenza (e senza sentirsi sminuiti) diventare anche eccellenti riportatori di allodole, tordi e colombacci. Non solo: hai voglia di farti un giretto a fagiani nelle piane con un bel golden o labrador abituato a far pure lo scovatore? E quelli trovano e scovano, per non parlare di come... recuperano e riportano! E lo stesso vale se parli di quaglie o beccaccini...
I fucili ne fotocopiano le doti.
Infatti, anche se camerati 12/76 o addirittura 12/89, anche se costruiti con entrambi gli occhi puntati sulla robustezza - grazie ai materiali odierni, alle concezioni modernissime dei sistemi di riarmo autoregolanti e, ancor di più, alla “testa” degli ingegneri che tutto questo hanno saputo concepire ed assemblare - si presentano come fucili dalla portabilità assoluta (tutti sui 3,2 chili, come un 12 standard di 30 anni fa!), capaci poi di funzionare senza regolazioni con munizioni dai 24 (dosi trap) ai 62 grammi di piombo!
Non solo: sono per di più tutti armati di tubi e strozzatori in grado di sparare senza problemi dai normali pallini in piombo a quelli d’acciaio o bismuto.
Se quindi il vostro motto - parafrasando un celebre libro dell’Adelio Poce de Leon - è dall’allodola all’oca (ciao Maestro, ovunque tu sia...), il tutto con un solo fucile e sempre in compagnia di uno o più cani, ecco, adesso sapete anche come operare le vostre scelte.
I migliori fra i fucili magnum e supermagnum li troverete nella produzione nazionale (ma non solo); c’è qualcuno che sostiene che sia così anche per golden e labrador da caccia, e l’idea non è affatto peregrina...










