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Il destino dello spinone italiano

Lo spinone italiano non è una razza frutto di mode o necessità. È una razza forgiata nei secoli. È una razza che sta accanto all’uomo da tempo immemore con discrezione e abnegazione. C’è chi lo associa alle cacce in palude, chi alla selvaggina migratoria e queste sono solo alcune delle peculiarità, ma il nostro spinone è un poliedrico per eccellenza e non può essere ghettizzato per concetto. È molto, ma molto di più. È una razza da vivere e frequentare, le attitudini non lo limitano, né accentuano le peculiarità. Non può essere che così, cioè è molto di più di ciò che appare. C’è chi lo alleva per insidiare le starne, chi per la beccaccia, chi lo alleva per la caccia in genere; ma c è pure chi chiede allo spinone altre cose, lontanissime dal pianeta caccia.

È o non è poliedrico?

spinone in palude
Lo spinone è un cane poliedrico. Una razza da vivere e frequentare, le attitudini non lo limitano, né accentuano alcune sue caratteristiche. In foto Eric e Jack di Alfio Zarbano a caccia in una zona umida

Lo spinone assolve tutte le “varie ed eventuali”. 

Nel corso dei secoli si sono depositati nei suoi cromosomi tante attitudini e tante sfaccettature, anche dal punto di vista morfologico, talmente tante che magari lo standard non le contempla neanche tutte. Ecco ancora la mano dell’uomo che si allunga sui destini di questo fermatore italiano. Che a volte lo esalta, a volte lo determina. Che a volte costruisce, a volte dissipa. Che a volte dà e a volte toglie. Punti di vista.

E forse i punti di vista e i modi di approcciare lo spinone sono divenuti un po’ troppi. Soprattutto dopo che i confini d’Italia sono stati valicati con successi numericamente importanti, portando così un frutto tipico e classico della nostra penisola in mano a molti che, sicuramente in buona fede, hanno saputo apprezzare solamente alcune delle sue potenzialità. Trasformando una cosa auspicabile come la maggior condivisione in una specie di boomerang impazzito, che non si sa quando e soprattutto in che condizioni tornerà indietro. 

Un simbolo della caccia italiana

spinone in montagna
Se ben allenato e alimentato, lo spinone è praticamente instancabile. In foto la spinona di Mario Di Pinto durante una sessione di allenamento in montagna

Ogni cacciatore italiano ha sedimentato nei ricordi familiari la presenza di uno spinone memorabile. Uno spinone che ha saputo accompagnare le gesta venatorie in epoche lontane, dove l’abbondanza di selvaggina favoriva l’uso di soggetti capaci di coadiuvare al meglio le scorribande sui terreni di caccia. Con posatezza, senso di appartenenza e collaborazione massima con il cacciatore, inteso come “amico”.

Forse è riferibile al periodo immediatamente successivo all’inizio della penuria di selvaggina cacciabile e in sequenza ai due grandi conflitti mondiali, il fatto che lo spinone abbia accusato una crisi d’identità profonda. Come se avesse perso la collocazione giusta nelle aie dell’Italia di quell’epoca. Condizione che fece nascere l’esigenza in Adriano Ceresoli di compiere quel giro per le cascine d’Italia, magistralmente descritto nel suo libro “Lo spinone italiano e le razze affini” (recentemente ristampato a cura dell’Enci), dove viene scientificamente sottolineato lo stato di salute dello spinone negli anni Cinquanta. E dove vengono descritti i vari fenotipi da lui individuati, che a carattere regionale caratterizzavano “i tanti spinoni”, più che italiani, dell’Italia.

L’avvento del benessere non fece altro che miscelare le varie etnie tenute separate dalle ristrettezze economiche, per poi tornare in epoche successive di nuovo a volerle distinguere nei ring delle expo. Un po’ come Dante quando descrive le acque che, affluendo nel Po, si mescolano,  lasciando un’identità per acquisirne un’altra simile e diversa, ma sicuramente nuova. Più grande. 

Poi, intorno alla metà degli anni Ottanta, grazie a un patto d’onore dei dirigenti Cisp (Club italiano spinoni) dell’epoca e al loro impegno profuso generosamente, Il “periodi di crisi”, quello in cui lo spinone italiano aveva un po' perso la sua identità, ha termine con una data ben precisa: la convocazione in Coppa Europa Continentali di Indice del Brenton, alla quale, grazie all’impegno dei proprietari e il lavoro dei conduttori professionisti, faranno seguito altre due partecipazioni.

Il lavoro del club di razza

spinone e pointer
Lo spinone sa farsi valere nel confronto con tutte le razze. In foto il giudice esperto Mario Di Pinto, appassionato spinonista (a sinistra), a caccia con la sua spinona e le pointer di Silvio Marelli, presidente del Pointer Club internazionale

La penuria dei territori utili all’esercizio venatorio rendono la gestione delle razze canine problematica. Ma lo spinone può contare su un club (il Cisp) che mette a disposizione degli utenti della razza un calendario fitto di appuntamenti che stimola e tiene viva l’anima dello spinone. 

Da sempre le manifestazioni con il selvatico abbattuto sono l’anello di congiunzione fra le verifiche attitudinali e la caccia. Gli appuntamenti primaverili si svolgono in zone doc con giurie adeguate. 

Ultimamente è stato organizzato anche un trofeo dedicato alla beccaccia, che si snoda su tutta la penisola, prova tangibile delle attenzioni della società specializzata per gli appassionati cinofili spinonisti. Tutto questo dovrebbe ammortizzare un momento storico in cui tutto il pianeta venatorio è in sofferenza di numeri.

Un compagno di caccia affidabile

Ma quali sono le caratteriste e le attitudini più spiccate dello spinone? La cosa più semplice da dire è: l’affidabilità. Lo spinone è a suo agio su tutti i terreni e di conseguenza su tutta la selvaggina che lì vi si cela. Praticamente mette il cacciatore in contatto con la natura circostante. È sempre calmo e giustamente attento a interpretare gli effluvi che passano nel suo “nasone.” Ecco, non perde mai la testa nei momenti topici, facendo sì che una giornata o una stagione venatoria rimangano memorabili.

spinone con cacciatore
Nelle marcite a beccaccini lo spinone è tutto da godere. In foto Anita di Giorgio Lugaresi

Fermatore sicuro, riportatore e recuperatore affidabile (anche dall'acqua). Nelle marcite a beccaccini è tutto da godere. L’indicazione che lo spinone dà mentre è in ferma è sempre sincera, atta a indicare la provenienza dell’effluvio, la preda. Con  questi presupposti è facile intuire che diventa redditizio anche nel bosco a beccacce, non esasperando mai l’elusività della beccaccia forzando l’azione, ma fermandola lunga ripetutamente, con pazienza e sagacia.

Se ben allenato e alimentato, è praticamente instancabile.  

Ragionatore per eccellenza

Che cosa significa? Se altre razze fanno dell’istintività il loro marchio di fabbrica, lo spinone antepone il ragionamento nell'interpretare il contesto venatorio, applicando l’uso delle esperienze già fatte in rapporto al terreno, alla stagione e alla selvaggina. Diventando così, nel corso degli anni, oltremodo positivo e redditizio. Mettere a frutto le esperienze fatte, a discapito di dover seguire un istinto: lì è l’elemento che differenzia lo spinone e questo è l’elemento che fa carniere.

Nel nome della tradizione

spinone in ferma
La solidità e la sicurezza nella ferma fanno dello spinone un cane concreto e abile in tutti e terreni dove riesce ad esprimere le sue doti con selvatici diversi. In foto Aladino del Subasio di Giovanni Giuliani e Ottavio Mencio

“Quando mi avvicinai alla beccaccia, oltre al trillo dei campani, i boschi delle mie parti erano disturbati dagli improperi dei cacciatori alla vana ricerca di collaborazione da parte dei propri ausiliari. I carnieri magri erano l’esatta misura di questa dicotomia fra cani che tentavano di andare in stile di razza e un paesaggio poco adatto al loro stile stesso. Ma ecco che nei miei inverni venatori irrompe lo spinone.
Ferma solida, cerca razionale in rapporto al territorio battuto, naso attento, riporto e recupero spontanei, naturali, complicità assoluta con il cacciatore. Italiano. I miei carnieri presero un altro verso, ma soprattutto mi sentii … a casa”.

Con queste poche parole tempo fa ho stigmatizzato l’appeal che lo spinone suscita negli appassionati cacciatori che hanno come stile una ricerca della preda meno esasperata, meno affannosa, mi verrebbe da dire più sostenibile. Cacciatori che, appena scendono dalla macchina, invece di preoccuparsi se le pile sono cariche, fanno un bel respiro per godersi il rigore delle mattinate di brina. Una dimensione meno modaiola, ma più garantita e sostenuta dalla tradizione.

Bravo e bello

Assi cranio facciali divergenti. La lunghezza del muso pari a quella del cranio. Orecchie lunghe distese e non accartocciate. Il tartufo è imponente, l’occhio ben tondo. Collo possente, dorso con leggera depressione all’undicesima vertebra, reni e lombi vigorosi, arti ben eretti, la linea ventrale è quasi parallela al suolo. Il pelo, lungo 4-6 centimetri, è ben aderente al corpo e privo di sottopelo; il mantello è bianco, bianco arancio e roano marrone. L’altezza al garrese va dai 70 cm del maschio ai 58 cm minimi della femmina.

Il trotto: eleganza e funzione

spinone al trotto
L’andatura di riferimento per lo spinone è il trotto elegante e concreto, fino alla risalita dell'effluvio. In foto la campionessa assoluta Cabiria del Buonvento di Ottavio Mencio

L’andatura che caratterizza e contraddistingue lo spinone è il trotto. Il trotto è l’andatura di riferimento ed è chiaro che è una scelta dello spinone quando dover usare tale andatura. È un‘attitudine che gli consente sia di essere elegantissimo e quindi distinguersi, sia di distribuire gli sforzi in base alle esigenze del cacciatore. Immaginatevi un bel campo aperto e una bava di vento che porta l’odore della selvaggina. Assistere alla risalita di tale effluvio, testa in alto e al trotto, interpretando e decifrando i vari rivoli di vento, è una visione spettacolare.

Lo spinone è come il primo amore

spinone
Lo spinone nel corso degli anni ha potuto contare su un ventaglio di cinofili di rilievo. Professionisti e non. Su tutti spicca Leonardo Antonielli, in foto con il campione assoluto Biro del Brenton

Si è detto, nelle prime righe a introduzione di questo articolo, degli uomini artefici dei destini delle razze. Lo spinone, inteso come razza, nel corso degli anni ha potuto contare su un ventaglio di cinofili di rilievo. Professionisti e non. Su tutti gli adepti dell’italico baffone, spicca Leonardo Antonielli. Da tutti conosciuto come Lantonielli o il Maestro. 

Tanto per stabilire la cifra della sua passione, non esiste in Italia conduttore non professionista (ovvero che si dedica a questa attività per puro amore della cinofilia venatoria e della razza) che abbia laureato più campioni di lavoro del Maestro. Con una metodica di attenzioni, e sottolineo attenzioni, a tutti i livelli: scelta delle linee da lavoro, crescita del giovane, alimentazione, costanza delle uscite venatorie e degli allenamenti. Lantonielli non lascia nulla al caso. Tutto è impostato verso la perfezione, atta alla valorizzazione di questa meravigliosa razza italiana da ferma.

Innumerevoli sono gli aneddoti che costellano la “missione” intrapresa dal Maestro. Ma se fosse possibile fare una summa di tutte le sue esperienze, diremmo che con il suo operato ci ha insegnato che nello spinone, e quindi in tutte le razze canine, non ci sono limiti. I limiti sono nell’inadeguatezza, nell’approssimazione o nella superficialità di come talvolta intendiamo il cane da ferma.

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