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Modello M910

Modello M910 
LʼHeereswaffenamt (agenzia per gli armamenti dellʼesercito del Reich) nel fascicolo 1,50/1 del 1° novembre 1943 classificava la M910 come “Pistola 670 (i)”. Lʼarma rappresentata nella foto non possiede alcuna sicura allʼimpugnatura

Nella seconda metà del XIX secolo il regio esercito italiano utilizzò diversi modelli di rivoltelle. Tuttavia come in altri paesi europei queste, in qualità di armi di ordinanza, non erano destinate a una lunga carriera. Anche i modelli militari italiani come lʼM1874 e lʼM1889, tipo A e tipo B in calibro 10,35 mm (detto anche 10,4 mm ordinanza italiana) si dovettero inchinare di fronte alla pistola automatica moderna. Produzioni tedesche come la Borchardt C93, la Mauser C96 diedero il via al nuovo trend: armi da fuoco con ciclo di sparo semiautomatico dotate di chiusura stabile (geometrica). Quando alla fine del 1909 fu istituita una gara per sostituire il revolver 1889 con una pistola semiautomatica, i commissari militari esaminarono numerose armi provenienti dallʼItalia e dallʼestero. La scelta della commissione esaminatrice cadde sulla pistola M906, dellʼazienda italiana Glisenti (una ditta siderurgica situata a Brescia e, dal 1900, a Carcina). L’arma, brevettata in Italia e in Germania, era stata ideata da Abiel Bethel Revelli. I diritti tuttavia non appartenevano a Ravelli ma allʼazienda bresciana.

Modello M910 
La cartuccia 9 mm M910 (a sinistra) non va assolutamente confusa con la 9 Parabellum che non deve mai essere usata nella pistola automatica M910, e men che meno la cartuccia 9 mm M915 con carica compressa (a destra)

Il modello M906 era in calibro 7,65 mm Glisenti. Questa cartuccia è paragonabile alla 7,65 mm Parabellum, anche se possiede un collo leggermente più corto. Alla commissione tuttavia la cartuccia 7,65, munita di proiettile a punta tronco-conica, sembrò troppo debole: desideravano qualcosa di simile alla cartuccia tedesca 9 mm Parabellum. Al modello M906 seguì pertanto il modello M910  camerato per la nuova munizione 9 mm M910 creata appositamente. La cartuccia è talmente simile alla 9 mm Parabellum da poter essere confusa con questa, tuttavia ha prestazioni  inferiori. Il fusto molto sottile della M910 a lungo andare non tollerava la cartuccia 9 mm Parabellum. Motivo principale: il posizionamento del chiavistello a rotazione, situato sulla sinistra e il sistema di bloccaggio nella piastra laterale. Punto critico dellʼarma.

Se si considera la sollecitazione causata dal colpo, entrambi non sono una soluzione ottimale. Un ulteriore rischio è creato dallʼimpatto eccessivamente veloce del carrello quando giunge a fondo corsa. In realtà questo non può essere considerato un difetto intrinseco dellʼarma, che nacque per sparare il 9 Glisenti e lo faceva senza problemi.

Modello M910 
Funzioni a confronto: il sistema di chiusura della pistola sviluppata dal capitano d’artiglieria Augusto Verzocchi (a sinistra) funziona secondo lo stesso principio di quello della pistola automatica M910. A fungere da elemento di trasmissione nell’azione tipo Verzocchi tuttavia non c’era alcun chiavistello a rotazione con molla di recupero propria ma una levetta ribaltabile alloggiata liberamente nell’impugnatura. Nella 910 (a destra): durante la corsa all’indietro del gruppo canna/otturatore (ancora bloccato mediante accoppiamento geometrico) il chiavistello a rotazione bascula intorno all’asse alloggiato nell’impugnatura fino alla fase 2. Contemporaneamente il proiettile ha già lasciato la canna o si trova con il fondello nei pressi della volata. Con un’ulteriore corsa all’indietro questo gruppo costruttivo fa basculare il chiavistello di rotazione fino ad annullare l’accoppiamento geometrico. Fase 3: il corpo dell’otturatore si separa dalla canna e ritorna in posizione. Nomenclatura: 1) camera di cartuccia, 2) corpo dell’otturatore, 3) molla di recupero dell’otturatore, 4) superficie di appoggio di 2 , 5) chiavistello di chiusura, 6) superficie di appoggio, 7) cuscinetto reggispinta per 5), 8) molla di recupero della canna, 9) molla di recupero del chiavistello
Modello M910
La pistola smontata nelle sue componenti principali: (1) gruppo canna portaotturatore, (2) otturatore, (3) molla del percussore, (4), chiavistello di chiusura, (5) superficie di appoggio del chiavistello (6) reggispinta del chiavistello di chiusura, (7) fusto, (8) molla di recupero della canna, (9) molla di ritegno del caricatore. Ulteriori componenti: (A) estrattore, (B) percussore, (C) guida del percussore, (D) sicura, (E) chiavistello trasversale, (F) piastra laterale (G) caricatore (H) chiave (I), guancetta
Modello M910
La superficie di appoggio del chiavistello di chiusura (1) è meticolosamente rifinita
Adler
La pistola svizzera Adler, vagamente simile alla Glisenti 1910
Modello M910
Sulla faccia posteriore dellʼotturatore è montata la leva della sicura dotata di due risalti (1 e 2). Per mettere lʼarma in sicura si ruota il risalto destro verso lʼalto

Insieme alla pistola, le forze armate italiane presero in consegna anche la cartuccia 9 mm M910, successivamente nota col nome “9 mm Glisenti”. Ironia della storia: lʼesercito rimase fedele al calibro più a lungo che allʼarma. La pistola M910 rappresentò soltanto un breve intermezzo durante la Prima guerra mondiale, infatti la sua produzione cessò nel 1920. La pistola automatica M915 di Beretta, meno complicata e dal funzionamento più sicuro, sostituì la sottilissima M910 con piastra laterale estraibile. La “chiusura labile” (il bloccaggio ad accoppiamento di forza) della M915 ingoiava le stesse cartucce 9 mm M910. Alla fine della Prima guerra mondiale molte pistole M910 scomparvero come souvenir nelle bisacce dei soldati che tornavano a casa dal fronte.

Il design della M910 è moderno, piacevole e ricorda la pistola Adler (una realizzazione interessante dell'azienda Adler Waffenwerke situata a Zella St. Blasii, una cittadina della Turingia), ma ricorda anche la pistola Häussler-Roch prodotta nella città svizzera di La Chaux de Fonds, la pistola Müller-Deutschmann-Ströh e persino un poʼ la P08 di Luger. Lʼaspetto esteriore indusse già  alcuni collezionisti e scrittori a trovare similitudini tra le diverse costruzioni (ad esempio con la pistola Häussler-Roch). Il meccanismo di funzionamento della M910 però era nettamente migliore. In madrepatria la pistola ebbe un ruolo nei disordini che precedettero la presa di potere dei fascisti e nella guerra civile che si creò alla fine del secondo conflitto mondiale. Non molte M1910 sopravvissero all’uso: poiché la cartuccia .910 era rara, molti riempivano il caricatore con cartucce 9  Parabellum, di cui invece cʼera buona disponibilità. Molti esemplari furono danneggiati anche dallʼuso di cartucce M915 pensate per la pistola mitragliatrice “Villar Perosa” con carica compressa e pressione di esercizio pericolosamente superiore a quella del calibro 9 Glisenti.

Chi si interessa di tecnica delle armi considera la M910 un bocconcino appetitoso. Al momento dello sparo la canna e l’otturatore rinculano insieme per un breve tratto, quindi la canna raggiunge il fondo corsa, per poi ritornare in posizione sotto la spinta di una piccola molla mentre l’otturatore continua ad arretrare, estraendo il bossolo sparato dalla camera di cartuccia. Terminata la sua corsa l’otturatore torna a riposo prelevando una cartuccia dal caricatore e portandola nella camera. Nella sua corsa retrograda lʼotturatore vince la resistenza di un chiavistello ruotante caricandone la molla di ritorno. Giunto a fondo corsa, lʼotturatore viene riportato in chiusura dalla spinta del chiavistello che ruota in direzione della volata. Fin qui tutto sembra semplice, ma in realtà non esiste nella letteratura tecnica armiera un sistema di funzionamento tanto discusso e controverso C’è chi ha scritto che la pistola ha una chiusura “semi-fissa” altri ritengono che la chiusura sia semplicemente a massa poiché il blocchetto di chiusura non offrirebbe sufficiente resistenza al carrello in fase di arretramento per essere considerato un ritardo di apertura. Più raramente si legge che la pistola ha una chiusura di tipo geometrico. Ciò è confermato dal fatto che si viene a creare una corsa forzata, meccanicamente vincolata e controllata tra il blocchetto di chiusura e il corpo dellʼotturatore. Questo accoppiamento perdura fino a quando il proiettile lascia la canna.

Modello M910
La pistola automatica M910 in posizione di apertura con piastra laterale rimossa. Si vedono chiaramente il chiavistello di chiusura basculato (1) e la rispettiva fresatura di appoggio ricavata sullʼotturatore (2)
Modello M910
La leva di scatto (3) e il gruppo della molla di recupero della canna (4)

La ditta Giulio Fiocchi di Lecco ha prodotto la Glisenti 9 mm alias 9 mm M910 fino alla fine degli anni ʼ80. Questo significa che per sparare con la M910 bisogna ricaricare le cartucce. Lʼarma sottoposta a test, che ora ha quasi 100 anni e che in tempi precedenti si è danneggiata lievemente (danni che allʼapparenza sono stati causati dallo sparo di cartucce 9 Parabellum o da cartucce 9 mm M915), esortava pertanto a mantenersi fedeli alle direttive del tempo. La velocità iniziale del proiettile dovrebbe pertanto essere inferiore a 270 m/s. Dʼaltronde lʼelaborazione naturalmente non deve compromettere il funzionamento semiautomatico e deve per di più consentire punteggi discreti. Per questo lʼesaminatore ha combinato un proiettile di piombo a tronco-conica Haendler & Natermann (125 grs, calibro effettivo .355) con un bossolo 9x19 Fiocchi. (Naturalmente si possono utilizzare altri bossoli 9x19, tuttavia bisogna adeguare la quantità di polvere alle circostanze). La carica era costituita da 4,7 grs di Vihtavuori 3N37, il tutto completato da un innesco CCI500. Questo bossolo deve essere crimpato, tuttavia sulle cartucce storiche originali la crimpatura non cʼera. La lunghezza complessiva delle cartucce è di 28 mm. (Come al solito anche qui vale il consiglio: tutte le istruzioni per la ricarica sono senza garanzia, il loro utilizzo è a proprio rischio!).

Modello M910
Vista posteriore dellʼarma impugnata

Sparando con la M910 si può verificare un indesiderato inceppamento del bossolo nella finestra d’espulsione. L’originale estrattore, molto lungo e sottile, corre inoltre il rischio di piegarsi. È vero che si può prudentemente piegare riportandolo alla forma originaria, tuttavia questa è unʼoperazione che non si può ripetere troppe volte. Pertanto, almeno durante le gare, il tiratore dovrebbe avere con sé un pezzo di ricambio. 

Ma come si comporta in termini di precisione questa pistola intramontabile? A 25 metri, sparando liberamente in posizione eretta e a due mani, il miglior gruppo di cinque colpi ha un diametro 94 mm (distanza misurata tra il centro dei fori).

Modello M910
La chiave/cacciavite alloggiata nell’impugnatura serve per estrarre la seconda guancetta dell’impugnatura e per svitare il percussore munito di filettatura sinistrorsa. A destra il caricatore

Safety first 

Prima di rimettere in funzione la M910 è indispensabile un controllo attento dei componenti dell’arma alla ricerca di crepe o di spaccature. È importante controllare lo stato del chiavistello di rotazione nella piastra laterale. Da controllare scrupolosamente anche la vite di serraggio della cartella laterale e il preciso accostamento della stessa al resto del fusto, visto che questa parte era la prima a saltare se nella pistola venivano sparate cartucce in 9 Parabellum. Uno sguardo alla superficie dei bossoli sparati alla ricerca di vistose tracce di fuliggine non guasta. Comunque sparare con questa pistola è consentito soltanto dopo una capatina al banco di prova.

Modello M910 
Disegno tecnico della pistola automatica M910, nota col nome “9 mm Glisenti”

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