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Erosione dei tamburi in titanio nei revolver

I materiali “spaziali”, come titanio, leghe speciali e polimeri, hanno fatto il loro ingresso nel settore delle armi da fuoco, compreso quello tradizionalista dei revolver, ma possono richiedere attenzioni particolari, a volte molto particolari, per non dare problemi. Le motivazioni dell’impiego dei nuovi materiali sono state di due ordini: il primo prettamente commerciale, ovvero produrre a costi minori, e il secondo il tentativo di offrire al consumatore finale qualcosa di più, almeno nel campo dell’ergonomia. Sotto questo termine mettiamo, relativamente alle armi corte, non solo la comodità di utilizzo, con forme più “naturali” e umane, ma anche quegli aspetti “di contorno”, come una maggiore leggerezza e minori spessori che ne rendano più agevole il porto e l’occultamento.

Tamburi in titanio
Il manuale mette in guardia contro l’impiego di cartucce con palla inferiore ai 120 grani, ma l’avviso è solo in inglese. L’arma è accompagnata anche da una carta di garanzia in italiano, a cura dell’importatore, ma dell’avvertenza in esame non vi è alcuna traccia

Da sempre le armi sono state realizzate in acciaio, e solo dopo la seconda guerra mondiale arrivarono le “leghe leggere”, bollate come poco durature e considerate quasi un’offesa al buon senso. Ma almeno erano metallo.

Negli anni ’80 si ebbe la rivoluzione della “plastica”, di nuovo tra recriminazioni e profezie apocalittiche. Come è andata finire è noto: tutte le armi da difesa o di servizio di progettazione attuale utilizzano i materiali sintetici per componenti anche essenziali, come il castello.

Se su un’automatica il fusto, tutto sommato, non deve sopportare grossi stress durante la fase di sparo, su un revolver è al contrario l’elemento deputato a reggere tutte le forze che si sprigionano. Nonostante questo, fin dagli anni ’50 si ebbero versioni con telai in lega leggera di armi camerate per il 38 Special, una soluzione che riusciva ad abbassare notevolmente il peso, aspetto molto desiderabile nei revolver snub nose destinati alla difesa personale.

Sempre nella corsa al più leggero possibile, si tentò di utilizzare la lega di alluminio anche per il tamburo, ma con scarso successo, e per decenni le versioni “light” dei piccoli revolver hanno impiegato canna e tamburo rigorosamente di acciaio.

La ricerca, ovviamente, non si è fermata, e la tecnologia ha messo in campo nuovi materiali, come il titanio e le leghe leggere allo scandio, grazie alle quali la statunitense Smith&Wesson è riuscita a realizzare una serie di piccoli revolver su telaio J camerati nientemeno che per il 357 Magnum, ma con pesi di poco superiori ai 300 g.

Tamburi in titanio
L’avvertimento è riportato a chiare lettere anche sul “guscio” della canna, ma non si spiega come avvenga il fenomeno né dopo quanti colpi possa presentarsi. Nel nostro caso è iniziato già con il primo…

A queste prime armi da difesa si sono poi affiancate altre versioni molto specialistiche, come i grossi revolver in calibro 44 Magnum (329PD) che grazie al loro peso piuma sono destinati a chi debba effettuare escursioni in territori abitati da animali selvaggi e pericolosi.

Come è stato possibile abbattere così drasticamente i pesi e mantenere la possibilità di impiego di munizioni di elevatissima potenza? Ovviamente integrando in un’unica arma i vari materiali “fantascientifici”: lega leggera allo scandio per il telaio e il rivestimento della canna, titanio per tamburo e alcune minuterie, sottilissimo tubo rigato in acciaio inossidabile per la canna.

Questa “rivoluzione” ha comportato due ordini di motivi, uno facilmente intuibile, e uno, molto più nascosto e subdolo, relativo alle attenzioni che richiedono i nuovi materiali.

Il primo problema è che armi leggere che sparino un proiettile dotato di notevole energia daranno luogo a un rinculo elevato, che nei revolver citati può sfiorare l’insopportabile.

Per fortuna, si possono utilizzare cartucce di minore potenza, lasciando i colpi “seri” solo per occasioni altrettanto “serie”: se si è attaccati, da un orso o da un bipede malevolo, sbucciarsi un dito o ritrovarsi con la mano indolenzita sono danni collaterali insignificanti.

Ma un secondo motivo per cui il troppo leggero può dare dei problemi è, come accennato sopra, che se non si seguono particolari avvertenze è facilissimo trovarsi con l’arma inservibile già dopo pochi colpi!

Tamburi in titanio

E non si pensi che il punto debole sia la fantascientifica lega allo scandio, che con alcuni atomi di questo raro materiale sparsi nella mescola diventa resistente come l’acciaio. Il punto debole della catena è nientemeno che il tamburo in titanio.

Tutti pensiamo a questo metallo come al non plus ultra della resistenza e della leggerezza, il cui impiego ha  aperto nuove frontiere in numerosi campi. Sono in titanio le componenti critiche degli aerei, le protesi artificiali, gli impianti endossei, e per quanto riguarda le armi, scudi di culatta, perni e percussori. Ma in nessuno di questi casi il metallo deve sopportare lo stress di gas ad alta pressione ed elevata temperatura, nonché la “pioggia” di detriti che lo sparo di una cartuccia provoca nel gap tra canna e tamburo di un revolver.

Sembra impossibile che il titanio possa mostrare la corda? Non lo diciamo noi: lo dice a chiare lettere lo stesso manuale della Smith&Wesson. O meglio, le lettere sono chiare, ma sono solo in inglese, e non riescono a chiarire più di tanto l’intera vicenda.

Tamburi in titanio
E dopo soli 34 colpi di 357 con palla da 110, questa è la condizione della faccia anteriore del tamburo
Tamburi in titanio
Nelle armi in lega leggera la Smith&Wesson ha previsto l’interposizione di una piastrina d'acciaio deputata a rallentare il fenomeno del “flame cutting”, ovvero dell'erosione del castello da parte dei gas e delle particelle che si sprigionano al momento dello sparo. Com'è pensabile che questa azione erosiva non possa interessare la faccia del tamburo?

Il manuale dei leggeri revolver in 357 recita: “Warning: Do Not Use Magnum Loadings With Bullet Weights Of Less Than 120 Gr. This Will Reduce The Possibility Of Premature Cylinder Erosion”.

Quindi per i tamburi in titanio, la stessa Smith & Wesson ammette il rischio di erosione precoce se si utilizzano palle leggere, ma cosa vuol dire veramente? Quanto è precoce? E dopo quanti colpi si manifesta: cento, mille, cinquemila?

E in cosa consiste questa usura del tamburo? Si ossida, si riga, si squaglia come un gelato al sole?

L’arma è ancora utilizzabile o, data la sua leggerezza, non può essere usata neanche come fermacarte?

Sotto il nome generico di titanio troviamo in effetti leghe di vario tenore e con differenti caratteristiche fisico-chimiche, la cui resistenza è normalmente simile a quella dei migliori acciai, con un peso inferiore della metà. Sono tutte altamente resistenti alla corrosione, ovvero non arrugginiscono né degradano nel tempo, anche se possono formare strati superficiali combinandosi con l’atmosfera (alfa layer).

Ma queste leghe che non si corrodono sono invece molto meno resistenti dell’acciaio all'erosione, dato che presentano una struttura più “porosa”, e al momento dello sparo i gas ad alta temperatura, che veicolano frammenti solidi ad altissima velocità, rappresentano un fenomenale agente erosivo, in grado di insinuarsi nella struttura aperta del materiale e ablarne letteralmente piccole particelle.

Per eliminare questi problemi, i tecnici hanno messo a punto dei sistemi per rendere meno porosa e più resistente proprio la superficie anteriore del tamburo, e il più diffuso consiste nel “riempire” gli interstizi della lega con atomi di carbonio.

Tamburi in titanio
Anche le pareti laterali mostrano segni di forte erosione

Ma se per far sì che il carbonio penetri sotto la superficie e si ancori al metallo servono tecnologie complesse, per eliminarlo pare che basti invece molto poco, anche la semplice pulizia: guai a usare paste abrasive per rimuovere i depositi dello sparo, banditi anche alcuni solventi a base di ammoniaca e, pare, da evitare persino gli scovoli in metallo.

Ma se queste normali pratiche sono già delle “aggressioni”, cosa si può dire dello stress indotto dallo sparo di una cartuccia, che a lungo andare sappiamo essere in grado di erodere anche il migliore acciaio (vedi il fenomeno del Flame Cutting del castello)?

Se siete ansiosi di saperne di più, siete fortunati: anche se nostro malgrado, siamo in grado di offrire un contributo concreto alla conoscenza dei fenomeni erosivi del titanio.

Su queste pagine abbiamo già parlato del revolver S&W 340 PD, la massima espressione della famiglia dei Centennial, camerato per il .357 Magnum e pesante solo 320 g, grazie al castello in lega leggera allo scandio e al tamburo in titanio: inutile dire che la sua leggerezza ci ha tentato e anni orsono ne abbiamo acquistato un esemplare.

Tamburi in titanio
L’impiego di cartucce leggere non Magnum, come le .38 Special, dovrebbe provocare danni minori, se non addirittura nulli

Il revolver è portabilissimo e decisamente intrigante, perfetto rappresentante della categoria “portami spesso, sparami poco”. Poco, non mai: almeno ogni tanto è necessario allenarsi con le proprie armi, soprattutto quelle che si portano addosso giorno dopo giorno.

Nei cinque anni di “convivenza”, abbiamo esploso oltre cinquecento colpi, tutti calibro .38 Special, di cui una minima parte in formato +P. Il motivo è evidente: sparare qualcosa di più forte di una Wad Cutter in un’arma da tre etti non è un’esperienza piacevole.

Tamburi in titanio
Tutte le camere hanno subito danni notevoli

Tempo addietro, ma solo per motivi “giornalistici”, provammo l’ebbrezza di due o tre tamburi di .357 Magnum: con le Winchester da 158 grani il ponticello ci provocò una profonda ferita al dito indice, e l’impiego delle munizioni a piena carica finì lì.

Ovviamente eravamo ben consci del problema del fastidioso rinculo, ma allora perché abbiamo acquistato una .357 Magnum, che per di più costava notevolmente di più di un .38 Special? Il ragionamento che facemmo fu che se l’arma era nata per il 357 avrebbe potuto reggere una lunga dieta di cartucce più deboli, e in effetti fino a ora di problemi non ce ne sono stati.

Finché arriva una domenica mattina, quando decidiamo di fare le foto delle vampe della serie completa delle cartucce Black Mamba, e per il .38 Special e il .357 Magnum scegliamo la leggera Scandium al posto della tetragona Ruger SP101.

Tamburi in titanio
Il revolver protagonista della nostra storia, lo Smith&Wesson 340 PD, in calibro .357 Magnum

Una scritta sul lato destro del castello della 340 PD ricorda quanto evidenziato nel manuale originale “non meno di 120 grani”, ma abbiamo pensato che una manciata di 110 non avrebbe potuto fare poi molto male alla meccanica.

Memori delle passate esperienze, ci siamo protetti la mano con un guanto, caricato nel tamburo un paio di Fiocchi Black Mamba .357 Magnum, abbiamo impostato la macchina fotografica e un flash abbagliante ha accompagnato lo sparo e nella foto si è evidenziata una cascata di scintille tra canna e tamburo.

Stessa cosa per il secondo colpo, dopodichè siamo passati ai più miti consigli del .38 Special.

Usciti dal tunnel i soliti curiosi hanno chiesto di esaminare ”la bestia” e così abbiamo fatto provare l’ebbrezza della Scandium a varie persone, esplodendo in totale trentaquattro colpi di 357 da 110 grani.

Alla fine della sessione, la brutta sorpresa: la faccia del tamburo in titanio presentava segni imponenti di erosione, con profonde “ferite” tra una camera e l’altra. Alla faccia della “Premature Cylinder Erosion” contro cui mette in guardia il produttore! Già con il primo colpo, come documentato fortunosamente dalla foto, il materiale è stato letteralmente “soffiato via” dalla superficie e ha preso fuoco: ecco cos'era la pioggia di scintille!

Tamburi in titanio
Le incolpevoli coprotagoniste della triste storia. Non è certo colpa delle cartucce Fiocchi Black Mamba se il tamburo in titanio si è "sfarinato"

Una veloce ricerca in Internet ha evidenziato che non siamo stati i primi cui è successa una cosa simile, ma non abbiamo reperito foto così eloquenti come quelle che accompagnano questa chiacchierata. Anche se è ovvio che in rete si trovano soprattutto i pareri di chi ha avuto problemi, mentre quelli che non li hanno avuti fanno parte di quella che potremmo chiamare “maggioranza silenziosa”, è comunque evidente che l’impiego del titanio nei revolver richiede particolari attenzioni.

Abbiamo segnalato la cosa alla Casa produttrice, che si è limitata a spiegare che la ragione per cui raccomandano di non sparare le cartucce .357 con palle sotto i 120 grani è che le polveri utilizzate sono troppo vivaci e presentano “the possibility of eroding the face of the titanium cylinder”; per nostra fortuna i caricamenti leggeri del .38 sono invece accettabili. La risposta, ovviamente, non ci convince: una mail alla Fiocchi ha permesso di conoscere le proprietà del propellente utilizzato, non molto dissimile da quello di altri caricamenti, per cui il problema non è certo dovuto alle potenti cartucce italiane.    

E così ci abbiamo rimesso un revolver, destinato ormai alla rottamazione, e tutto per non aver seguito le avvertenze riportate sul libretto: per il futuro, se mai ci capiterà di utilizzare armi con il tamburo in titanio, promettiamo di leggere accuratamente il manuale originale.

A nostra parziale, molto parziale discolpa, facciamo notare che le avvertenze sono riportate solo in lingua inglese e non sono poi molto evidenti, essendo insieme ad altri numerosi avvisi, talmente ovvi che spesso non vengono neanche letti.

Per finire riportiamo la risposta della Smith&Wesson:

“Hi, the reason why we recommend  you don't shoot .357 magnums under  120 grain in that gun is because the quick burning powder that is associated with the lighter grain bullets presents the possibility of eroding the face of the titanium cylinder. This only applies to the .357 magnum round, below 120 grain is fine for the .38 special”.

Evidentemente, evitando l’impiego delle cariche magnum e sparando una cinquantina di colpi l’anno, questi comodissimi revolver hanno una durata più che sufficiente, ma certo, come consumatori, preferiremmo una più accurata informazione da parte del produttore e dell’importatore.

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