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Sicurezza e legalità: le armi nelle case degli italiani

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Il Prof. Paolo De Nardis, curatore della ricerca.

Quando si parla di ricerca, in qualsiasi ambito, è di fondamentale importanza capire innanzitutto che cosa il ricercatore cercherà di evincere dalla propria attività intellettuale. Quello che il Prof. Paolo De Nardis e il suo team di ricerca si sono prefissati di chiarire e di spiegare è il rapporto tra gli omicidi e le armi legalmente detenute dai cittadini italiani

In particolare la ricerca sui c.d. OALD (Omicidi con Armi Legalmente Detenute) rappresenta una ricerca assolutamente necessaria non solo da un punto di vista strettamente giuridico e processuale in sede penale (capire il “profilo” del potenziale omicida nel caso in cui questi abbia armi legalmente detenute) ma anche e soprattutto cercare di enucleare quelli che sono i problemi che sono alla base della commissione di un omicidio attraverso un arma legalmente detenuta. Vedremo successivamente come, per esempio, nell’analisi degli omicidi commessi da pensionati, certamente l’abbandono delle attività lavorative e il progressivo emergere di stati depressivi causati dl senso di inutilità che il pensionato sente gravare sulla sua persona, rappresenta certamente un dato di assoluto interesse e la correlazione è purtroppo evidente.

Raccolta dei dati e oggetto della ricerca

Per quanto riguarda la raccolta dei dati. Dobbiamo sostanzialmente soffermarci sull’oggetto principale di ricerca che è stato preso in analisi, senza dilungarci anche per ragioni di carattere espositivo, su quelli che sono stati gli elementi che non sono stati presi in considerazione. Possiamo affermare, come già anticipato, che l’oggetto principale della ricerca è stato il c.d. OALD (Omicidio con Armi Legalmente Detenute). All’interno della ricerca sono stati inseriti gli omicidi in caso di eccesso – anche colposo – di legittima difesa. Sono stati esclusi gli omicidi commessi da chi è autorizzato ad usare un'arma in sede lavorativa (Forze dell’Ordine) e sono stati esclusi gli omicidi del consenziente quando la volontà consenziente del soggetto è stata provata in sede processuale. Sono stati considerati i casi di femminicidio.

I primi dati

Primo aspetto assolutamente interessante che emerge dalla ricerca è che certamente non vi è un rapporto diretto tra l’omicidio e un arma legalmente detenuta. Infatti, nel caso di omicidi volontari scopriamo come solo il 5% rappresenta un OALD. Cosa possiamo evincere da un dato tanto confortante? Certamente il fatto che la normativa così stringente che è caratteristica del nostro paese e del nostro impianto normativo, funziona. In particolare la necessità di fornire alla P.S. certificazione medica doppia – sia medico curante sia medico militare – rappresenta un efficacissimo modo di controllo nei confronti dei legali possessori di armi. Altro dato che emerge è quello riguardante gli agenti, coloro cioè che commettono un OALD, nel 98,93% dei casi chi commette un OALD è un uomo. Analizzare questo dato è molto semplice. L’Italia è certamente un paese con una radicata tradizione venatoria e di caccia in diverse regioni e sappiamo bene come l’attività venatoria e in genere le armi rappresentano una passione strettamente legata al genere maschile. 

Altro dato di assoluta importanza è quello legato alla prevedibilità dell’OALD. Che cosa intendiamo? Nel 45,64% dei casi chi commette un omicidio con armi legalmente detenute è una persona che ha dato in passato segnali assolutamente evidenti di aggressività e di problematiche profonde e importanti. Basti pensare che nel 5,6% dei casi chi commette un OALD è stato oggetto di denuncia per reati contro la persona o diffide di pubblica sicurezza: ciò nonostante nessuna azione interdittiva  è stata posta in essere.

Nel 22% dei casi addirittura ci sono stati comportamenti che hanno sistematicamente evidenziato problematiche legate a violenza, spesso anche in ambito famigliare, atti intimidatori e violenza fisica in generale.

Nel 15% dei casi si sono evidenziate criticità a livello psicologico, con stati depressivi e maniacali di assoluta certezza. Nel 9% dei casi lo stato depressivo derivava da problematiche fisiche.

Necessario sottolineare come anche le difficoltà economiche che il soggetto stava attraversando al momento dell’OALD hanno di certo incentivato il reato. 

Le vittime

Nel 63% dei casi le vittime sono donne. C’è da sottolineare come non è stato possibile in fase di ricerca elaborare un “profilo-tipo” di donna che viene uccisa con un arma legalmente detenuta. Questo perché in sede processuale ci si concentra maggiormente sulla figura dell’agente e non della vittima.

Classificazione degli eventi

Nel 68% dei casi l’omicidio avviene in ambito famigliare. Nel 60% dei casi la prossimità fisica tra agente e vittima ha avuto un ruolo nell’omicidio (coabitazione, vicini di casa, etc.). In quasi la metà dei casi l’uccisore si è suicidato, e in un altro 3,5% dei casi ha tentato il suicidio. Nel 55% dei casi l’omicidio è avvenuto in seguito a un litigio, e nel 53% vi erano stati dei litigi pregressi tra uccisore e vittima o vittime. Nel 36% dei casi si è trattato, all’apparenza, di un atto d’impulso non premeditato. Solo nell’1% l’omicidio è stato a sfondo razziale o xenofobico, e in un solo caso (0,35%) si è trattato di un atto di criminalità comune (una GPG che ha ucciso un rivale per finalità economiche). Il 4% circa degli eventi è stato espressione di un mass shooting, ossia di eventi di uccisione casuale in luogo pubblico di individui non previamente identificati, seppur appartenenti a una determinata categoria, da parte di soggetti mossi da una indiscriminata volontà omicida. In tutti i casi erano rilevabili problemi psicologici o comportamenti indicativi pregressi idonei a destare preoccupazione sulla possibilità di abuso delle armi detenute. 

Conclusioni: monitoraggio

Nel 5,6% dei casi l’omicida era stato oggetto di denunce presso l’autorità giudiziaria o di diffide di pubblica sicurezza, talvolta anche di trattamenti sanitari obbligatori (TSO), ciononostante nessun provvedimento teso a sottrarre alla sua disponibilità le armi in detenzione è stato fatto. Tale inammissibile eventualità può essere scongiurata mediante l’implementazione di un sistema di monitoraggio che, mediante specifici alert, provochi automaticamente l’intervento della polizia amministrativa, che potrà decidere, caso per caso, le azioni da intraprendere. 

Tali alert dovrebbero anche comprendere eventi non necessariamente di interesse dell’autorità o polizia giudiziaria, ma anche comportamenti indicativi di una propensione all’abuso delle armi, come episodi di violenza gravi e ripetuti ma non denunciati, problemi psicologici gravi e rilevanti, severe difficoltà economiche, etc. Ciò non significa, ovviamente, che le armi debbano essere sempre sottratte al minimo segnale – vero o presunto – di inaffidabilità, ma che in tale circostanza deve essere avviato un controllo della permanenza dei requisiti psicofisici, magari chiedendo la ripetizione della certificazione sanitaria, in carenza della quale il provvedimento di allontanamento delle armi detenute sarebbe obbligatorio. Tale sistema sembra peraltro necessario secondo il disposto della direttiva 2017/853, che lo prevede proprio al fine di innalzare il livello di sicurezza. 

La considerazione che il 68% circa degli eventi è un omicidio familiare porta necessariamente a riflettere sulla necessità di implementare delle strategie per la riduzione incentrate sull’assistenza alla famiglia. In particolare il momento della separazione matrimoniale o di convivenza appare di particolare delicatezza. Lo scioglimento della famiglia, legale o di fatto, può generare delle crisi di identità che possono facilmente sfociare in episodi di violenza. In questa delicata fase servizi di assistenza psicologica, e un maggiore controllo di pubblica sicurezza, possono davvero ridurre il rischio e salvare delle vite. La riforma e il potenziamento dei Servizi sociali, unita a uno sforzo per una migliore formazione degli operatori, può certamente essere efficace in questo senso. 

Una cultura “positiva” delle armi 

L’assenza tra gli agenti di sportivi agonisti e la minor incidenza degli OALD in alcune regioni in cui è tradizionalmente molto praticato il tiro sportivo inducono un occhio scevro di pregiudizi a ritenere che la cultura sportiva armiera sia un efficace deterrente all’abuso delle armi legalmente detenute. L’apprendimento di meccanismi automatici di sicurezza, unito alla consapevolezza della cura e attenzione che il maneggio delle armi richiede, si concretizzano in una vera e propria cultura della sicurezza che caratterizza il mondo sportivo armiero e il mondo venatorio. Ne consegue che lo sviluppo di tale cultura è idoneo a ridurre l’abuso delle armi, e deve essere incentivato. I detentori e i titolari di licenza di porto d’armi devono essere coinvolti in programmi di addestramento e pratica sportiva, evitando che la licenza sia solo uno strumento per tenere in casa un’arma che spesso non si è sufficientemente addestrati a utilizzare, e di cui non si conosce bene il funzionamento e le potenzialità. Allo stesso modo, avvicinare i giovani alla cultura sportiva armiera significa renderli partecipi della cultura di sicurezza delle armi da fuoco, che certamente può ridurre gli incidenti e le possibilità di abuso. 

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