Per mare…

Anno 1526. Venezia è al massimo del suo splendore dopo essere riuscita a prevalere sulle concorrenti Pisa, Amalfi, Ancona e soprattutto Genova. Chiariamoci, le loro influenza è forza non sono del tutto scomparse (specie poi in riferimento a Genova). Solo che appaiono appassite se paragonate a quel che è riuscita a divenire di par suo la Serenissima.
A dire, un vero e proprio Stato – anzi di più, quasi un impero – costruito attraverso una perfetta macchina politico-amministrativa governata da una Repubblica Oligarchica (il sistema dei Dogi), strutturatasi sul piano che oggi definiremo geopolitico come una vera e propria talassocrazia capace di basare la propria forza su due colonne portanti: 1) la prima è una formidabile attitudine commerciale fondata s’una visione di “mercato globale” ante litteram; 2) la seconda, è fatta invece da un sistema militare di supporto incentrato da un lato sulla superiorità strategica marittima, e dall’altro s’una rete capillare di città-fortezze distribuite tatticamente lungo le principali rotte commerciali, capace di fornire simmetricamente difesa da qualsiasi minaccia via terra, oltre al naturale supporto logistico per le forze impegnate in mare.
Un capolavoro di proiezione di potenza esemplare.

Un capolavoro che vedrà divenire veneziane praticamente tutta l’Istria e la Dalmazia, Cattaro con buona parte del Montenegro e l’Albania, le Isole di Zante e Corfù (oggi greche), via via sino a quasi tutto il Dodecaneso, Rodi inclusa.
Ora, va detto che la “policy” della Serenissima – memore della lectio di Marco Polo e del suo Milione - fu assai più fondata s’una dottrina di “politica estera” fatta di commercio e scambi diplomatico-culturali, che s’un uso della forza bruta in quanto tale.
Vero è, in ogni caso, che proprio in quegli anni l'Adriatico stava iniziando a divenire una zona di mare estremamente turbolenta, caratterizzata dalla presenza di diverse forme di pirateria e corsarismo strettamente legate al contesto storico dell'epoca, segnato da un lato dall'avanzata ottomana, e dall’altro dall’esito infausto della battaglia di Mohács, che sancì de facto la sconfitta dell'Ungheria e lo spostamento dell’asse imperiale decisamente verso Occidente.
Eccone i relativi punti chiave:
- Contesto del 1526: Dopo la caduta dell'Ungheria la zona di confine tra i territori asburgici e quelli ottomani era divenuta specie di "terra di nessuno", facilitando l'organizzazione di bande armate che vivevano di rapina, in terra come in mare.
- Gli Uscocchi (Uskoci): Sebbene la loro fama sia massima tra la fine del '500 e l'inizio del '600, gli Uscocchi erano già attivi nel sedicesimo secolo. Si trattava originariamente di rifugiati cristiani, provenienti dai territori balcanici occupati dagli Ottomani che si stabilirono lungo la costa croata prima a Klis/Clissa, e quindi a Segna, l’attuale Senj.
- Ruolo degli Uscocchi: Agirono da subito come una "confraternita" di pirati e “corsari”, spietati negli attacchi, quanto formidabili come marinai. Inizialmente sostenuti dagli Asburgo, compivano azioni quasi esclusivamente contro le navi ottomane, ma successivamente estesero i loro attacchi pur alle navi veneziane e di altri Stati e Signorie.
- La posizione di Venezia: La Repubblica di Venezia, che considerava l'Adriatico e parte dello Ionio/Egeo sorta di “Golfo Veneto", cercò dunque di contrastare questi fenomeni per proteggere i commerci, trovandosi tuttavia a combattere non solo i pirati di origine slava, ma ben presto anche le incursioni di berberi e ottomani.
- Altri pirati: Oltre agli Uscocchi, infatti, il Mediterraneo e le zone limitrofe dell'Adriatico erano insidiate dai pirati barbareschi (famigerati quelli al servizio di Dragut), operanti loro sponte come bande di predoni, ancorché spesso al soldo dell'Impero Ottomano con speciali “lettere di corsa”.
Il 1526 era dunque l’anno in cui la pirateria in Adriatico iniziava a consolidarsi come uno strumento di guerra ibrida per Stati ed Imperi, oltre a rappresentare una sorta di “forma di sussistenza” per le popolazioni di confine.
Un “bel problema”, non c’è che dire.
Posto poi che non era solo quel che capitava in mare e in possedimenti più o meno lontani dalla laguna a impensierire il consiglio dei Dogi della Serenissima.
…E per terra!
Gravi problemi bellici e strategici pressavano la Repubblica di Venezia anche sullo scacchiere italico.
Causa di ogni cosa – come si diceva - la crescente egemonia di Carlo V e le sue mire. Che portarono Venezia ad aderire alla Lega di Cognac (maggio 1526), in coalizione con Francia, Stato Pontificio e Ducato di Milano.
Ecco, dunque, gli altri scenari di tensione affrontati dalla Serenissima proprio in quel fatidico anno:
- La Minaccia di Carlo V: La supremazia militare di Carlo V, reduce dalla vittoria di Pavia (1525), sposata alle sue smodate ambizioni, costituiva una più che concreta minaccia per l’autonomia e la prosperità della Serenissima.
- Difficoltà Militari e Coordinamento: La guerra iniziò male per la Lega. Nonostante le intenzioni iniziali di un'offensiva congiunta contro gli imperiali in Lombardia, il piano strategico fu frenato da invidie, tradimenti e mancanza di coesione tra i comandanti.
- Sconfitta a Siena: Il 25 luglio 1526, le truppe pontificie e fiorentine (alleate di Venezia nella Lega) furono disperse dalle truppe imperiali nella battaglia di Camollia, vicino a Siena, con notevole perdita di artiglierie e di “focili” (nota bene, perché è importante).
Appare logico che in uno scenario così complicato, prioritaria divenne per Venezia la necessità di rifornirsi di armi all’altezza della situazione.
Armi moderne, efficienti.
Che fossero solide, ben eseguite, e prodotte con una contiguità e quindi continuità logistica senza incertezze.
Insomma, era tempo più che mai di dare solide zanne ed efficaci artigli al Leone di San Marco.
E bisognava farlo rivolgendosi ai… migliori.
Gardone e la “mitica” commessa
“Adì 3 ottobre 1526
Mas(tro) Bartolomeo Beretta da
Gardon(e) territor(io) bressano
Per CLXXXV (185) cane da archibusjo
Per la Casa n(ost)ra del Arsenal”

Recita così il promemoria della “bolla d’ordine” da parte dell’Arsenale di Venezia per le ormai “mitiche, leggendarie” prime 185 canne da archibugio commissionate al maestro Bartolomeo Beretta “da Gardon(e) in territor(io) bressano”.
Cioè, quella che oggi conosciamo come Gardone Valtrompia. Perché lì? E perché proprio a lui e al suo opificio?
Bisogna fare qualche passo indietro e scomodare concetti strani, “obsoleti” forse, quali forza del destino e vocazione per provare a capire, finendo poi per mescolare il tutto con la storia quella vera, e viceversa…
Or bene, se al tempo, dal lato mare Venezia poteva vantare quello che abbiamo definito una sorta di piccolo impero, sul versante dei possedimenti territoriali beh, la situazione non era poi così diversa.

Anzi! A latere, infatti, di quello che si definiva Stato da Mar, nel 1526 c’era ben saldo un “robusto” Stato da Tera, comprendente tutto l'attuale Veneto (eccetto il Polesine), il Friuli (esclusa Gorizia), l'Istria orientale e parte della Lombardia orientale (Bergamo, Brescia, Crema, Salò). Con confini che estendendosi sin quasi all'Adda, seguendo le Alpi Orobie a sud della Valtellina, finivano per rappresentare praticamente e per davvero la superficie di un piccolo Stato.
Che, come tale, operava e “ragionava”.
Ora, a pochi chilometri da Brescia, verso le montagne, un borgo valligiano deve attirare adesso tutta la nostra attenzione poiché strategico: Gardone Val Trompia.
Gardone con la sua straordinaria vocazione territoriale e manufatturiera.
Gardone che già all’epoca era sé stessa (terra di lavoro e di fucine), quanto a pieno titolo territorio della Serenissima, con tutto ciò che questo avrebbe potuto significare…
Gardon(e) Territor(io) Bressano
Situata fra le montagne nella valle del Mella (che poi si sarebbe detta Trompia), dalla legna dei boschi e dall’acqua del torrente Gardone poteva trarre tutta l’energia che serviva per attizzare i più tremendi fuochi e far girare presse, macine e molini, macchinari senza i quali il materiale ferroso delle locali miniere sarebbe stato impossibile da lavorare a regola d’arte.
Già, il lavoro indefesso fatto “a regola d’arte” e il magistero, ovvero il segreto di ogni successo.
Perché puoi avere tutti i materiali e le fonti d’energia dell’universo, ma senza la capacità di lavorarle per cultura, tradizione e dedizione al lavoro a livello “magistrale”, queste restano semplici cose inanimate.
Teoria senza la pratica. Potenziale inespresso, insomma.
A dire men che nulla…

Ed è qui che allora bisogna chiamare in causa l’altra anima della Serenissima, collaterale ai commerci e alle conquiste della geopolitica, ma capace più di questi di darle quelle fama e lustro in grado di cavalcare i secoli facendola brillare come un diadema. Una formula la racchiude: il culto assoluto (cioè la cultura) per tutto quello che era sapienza sotto il segno della bellezza.
Una bellezza fatta con le mani, ricreata.
Una bellezza che nasceva dal sapere, e dalla capacità assoluta di modellare l’esistente integrando l’opus hominis all’opus naturae sotto il segno dell’armonia.
Tutte cose che portarono Venezia a divenire con Firenze e Urbino una delle capitali del Rinascimento.
Ci siete mai stati, a Venezia? Avete mai girato per il vicentino tra le ville palladiane? Avete mai vedute le città dalmate, che Venezia lo sono state per davvero? Vi dicono niente poi i nomi di Giovanni Bellini e Lorenzo Lotto? Giorgione, Tiziano, Tiepolo e Tintoretto? Sapete nulla di figure centrali per la cultura planetaria quali quella del Trissino o del Palladio stesso?
Molto più un intellettuale il primo; ben oltre l’architetto, il secondo. Entrambi intrisi d’un sapere sincretistico capace di coniugare classico e moderno, Oriente ed Occidente, sino a creare un flusso d’idee e di operatività tutti all’insegna del “raro et eccellente”.
Cioè, il magistero artistico e nulla meno.

Curioso che nelle comuni radici linguistiche indo-europee spigolando fra romanze e anglosassoni le parole ARTE e ARTUS (arto, braccio) abbiano la stessa origine; così come le parole ARM (braccio, arto), e ARMA.
L’ARTE quindi, come una cosa che si fa, si realizza con il BRACCIO.
L’ARMA quale prolungamento del BRACCIO, dell’ARTO, al fine di rendere l’uomo capace di procacciarsi il cibo e di difendersi.
Ossia l’ARMA quale strumento, il BRACCIO come mezzo, l’ARTE come punto d’arrivo d’efficacia e di bellezza del FARE e REALIZZARE.
Principio d’identità e non contraddizione in purezza, dunque: se A è uguale B, e B è uguale a C, C è uguale ad A e viceversa.
Cioè: un’arma in quanto tale, fatta a regola, è di per sé un’opera d’arte e nulla meno. Punto.
E allora, no. Non è curiosa per niente l’assonanza, specie poi per chi, nel corso della propria vita, abbia avuto la fortuna e il privilegio di essere in unum amante di arte, armi e conoscenza. Il tutto poi “condito” – vedi mai - anche da una lunga frequentazione di Gardone alla scoperta della sua particolarissima vocazione, dove ogni visita è stata sempre con il cuore che ci vuole per capire tutto quel che questa rappresenta da 500 anni a questa parte: una “leggenda” italiana sotto il segno dei BERETTA.
Beretta e la leggenda della Valtrompia

Da Las Vegas a Norimberga sino ad EOS e Caccia Village, passando poi per ogni altra fiera di settore in giro per il mondo, un padiglione fra i tanti è da sempre il più frequentato ed ammirato: l’italiano.
L’italiano con al centro la rappresentanza Valtrumpina, vero e proprio sistema solare la cui stella madre ha un nome e solo quello: BERETTA!
Il Big Bang che lo ha fatto nascere è per certo il “mitico” ordine delle 185 canne (e relativo pagamento di ben 296 ducati). Del quale ora, sappiamo anche tutti i come ed i perché.
Ciò che tuttavia da quella prima scintilla ha reso poi BERETTA prima un astro, e quindi una galassia è – come dicevamo – l’essenza stessa della sua leggenda, tutta incentrata nella straordinaria capacità di una famiglia di trasmutare un’occasione in una struttura generatrice di valore in ogni senso, il tutto attraverso una cultura del lavoro in grado di attraversare i secoli superando ogni vicissitudine e contingenza.
Si analizzino le tappe salienti che hanno segnato l'evoluzione dell'azienda:

- 1526: le Origini e la prima “fattura”
Il 3 ottobre 1526, Mastro Bartolomeo Beretta riceve un pagamento di 296 ducati dall'Arsenale di Venezia per la fornitura di 185 canne d'archibugio. Questo documento segna l'inizio ufficiale dell'attività. - 1571: la Battaglia di Lepanto
Le canne prodotte da Beretta, oltre all’Adriatico, vengono utilizzate per gli archibugi impiegati nella famosa battaglia di Lepanto, consolidando la reputazione del marchio. - 1572-1831; interregno dove continua l’attività d’artigiano d’alta classe
La produzione si differenzia sempre più, andando a interessare oltre al militare anche il mercato civile legato poi alla caccia.

- 1832: nascita della Fabbrica d'Armi Pietro Beretta
Pietro Antonio Beretta trasforma l'attività da pura produzione artigianale di componenti a vera fabbrica, perfezionando la produzione di canne lisce e avviando la produzione di armi intere. - Inizio Novecento: la Svolta Industriale
Sotto la guida di Pietro Beretta (nipote di Giuseppe), la fabbrica viene modernizzata, passando da 130 a 1500 dipendenti. In questo periodo (1915-1918) vengono prodotte le prime pistole semiautomatiche per l'esercito italiano e il moschetto automatico M1918. - 1923: il Logo delle Tre Frecce
Gabriele D'Annunzio crea il motto "dare in brocca" e suggerisce il logo iconico delle tre frecce che colpiscono il cerchio centrale, simbolo del successo nel tiro e nella caccia. - Anni '50 - '60: Espansione Internazionale e Olimpiadi
Nel 1956, il tiratore Galliano Rossini vince la prima medaglia d'oro olimpica per Beretta nel tiro a volo, a Melbourne. Ed è da qui che Beretta si afferma nel mercato delle armi civili da tiro e caccia, specie coi suoi “mitici” sovrapposti e con l’introduzione poi, a cavallo degli anni ’67 e ’68 del “leggendario” A 300. Il primo vero e iper-funzionale semiautomatico da caccia operante a gas. Che in breve raggiungerà il record di 1.000.000 di pezzi venduti per poi dar vita alla serie A3 nelle sue varie declinazioni, sino ad oggi. - 1975: La nascita della Beretta 92
Viene progettata la pistola semiautomatica Beretta 92, che diventerà un'icona mondiale (grazie anche a film, fumetti e serie TV quali Punisher e Arma Letale). - 1985: il Contratto con il Pentagono
La Beretta 92FS (denominata M9) vince la commessa da 75 milioni di dollari per diventare l'arma d'ordinanza ufficiale delle Forze Armate statunitensi, fornitura mantenuta per oltre 30 anni. - 1995: creazione di Beretta Holding
Viene istituita la Beretta Holding in Lussemburgo per consolidare la struttura del gruppo, avviando una fase di acquisizioni strategiche italiane e internazionali in grado di fare di Beretta un vero e proprio ECOSISTEMA INDUSTRIALE DI SETTORE. - Oggi: colosso Globale
Beretta è oggi un gruppo con un fatturato che super di gran lunga il miliardo e mezzo di euro, attivo nel settore delle armi civili e militari, oltre che nell'abbigliamento e accessori tecnici di ogni grado e livello, dalle ottiche alle munizioni.

Il segreto? Quello di essere stata in mano a una famiglia capace di ragionare come una azienda, e al contempo un’azienda in grado di presentarsi al mondo come una famiglia. Sempre.
Ovvero una realtà dove ogni operatore impegnato in qual si voglia ramo o settore si è sempre potuto sentito parte di un’unica, grande storia capace di parlare un vero “lessico familiare”.
Nulla di più italiano di tutto questo.
Anzi, l’Italia quella vera realizzata come meglio non si può. Con a oggi 16 generazioni di Beretta sempre alla guida dell’azienda.
Sedici generazioni di Beretta affiancati da decine, centinaia di migliaia di uomini e donne, che pur senza chiamarsi Bartolomeo, Pietro o Ugo, Franco oppure Carlo, hanno vissuto e lavorato nella solida certezza di essere tutti parte integrante della stessa grande, immensa realtà, uniti da un grande, unico destino.

Ora, chiariamoci: in tutto questo mai un problema? Mai una difficoltà? Sempre e solo “rose e fiori”, per capirci?
Via, non scherziamo... Dato che problemi e progetti accantonati, contingenze e tempi duri, in cinque secoli d’attività ce n’è sono stati eccome anche in BERETTA.
Come in ogni umana vicenda, d’altra parte.
Ma è stato proprio qui che è potuto emergere tutto il valore impalpabile e concretissimo di essere da sempre parte d’una storia più grande d’ogni altra a livello planetario: quella della Serenissima, in primis. E dunque di quella italiana (che de facto ha contribuito a forgiare), le cui radici quelle vere e più profonde, sono tutte nella cultura del lavoro e delle relazioni umane.

Senza le quali, tutto vale niente.
Lectio magistralis che è sempre stata il credo della BERETTA come famiglia, come azienda e come gruppo.
Che proprio per questo – sopra ogn’altra cosa - ha potuto superare ogni avversità e raggiungere ogni traguardo che nel cuore si era prefissata.
Eccole, quindi, ancora lì riunite a guardare il mondo dritto negli occhi le grandi protagoniste di questa storia leggendaria: la grande tradizione italiana, la famiglia BERETTA. Unite adesso e più che mai, per altri 500 anni di cultura e di passione capaci ancora di raccontare al mondo cosa siano per davvero l’Italia e gli italiani.
Il massimo e nulla meno, quando nella ricerca inesausta dell’eccellenza sanno essere sé stessi.
Il massimo e nulla meno mentre con il cuore e l’anima piantati saldi nella tradizione, sfidano il futuro.
Il massimo e nulla meno perché da sempre e poi per sempre, conoscono più di chiunque altro l’importanza di essere… FAMIGLIA!










