In 33.000 contro la convention del Safari Club Italian Chapter

Per storia, tradizione e tessuto sociale di solito è una città fedele alla disciplina venatoria, e invece stavolta nascono da Brescia le ultime polemiche nei confronti del Safari Club, anche se poi sono veicolate da internet, il non-luogo per eccellenza. L’annuale convention dell’Italian Chapter è in programma dal 10 al 12 giugno presso Palazzo Arzaga di Calvagese della Riviera, per l’appunto in territorio bresciano. 

E su change.org, la nota piattaforma di petizioni, ben 33.000 persone hanno sottoscritto la richiesta rivolta a Blu Hotels, del cui circuito fa parte la sede della convention, per chiedere l’annullamento dell’evento, quantomeno in quella località. Pescando a caso tra i commenti dei firmatari senza alcuna volontà statistica, si legge di “massacro”, “assassini” e “assassinio vigliacco”, “mani sporche di sangue”, “teste di cacciatori da prendere come trofeo”, “strage”, “atrocità”, “inutile crudeltà”, “vita schifosa dei cacciatori”, “barbarie gratuita”, “pratica esecrabile fuori dal tempo, vergognosa e infamante”, dimenticando peraltro che il codice penale ha vigore anche per quanto pubblicato sul web. 

E comunque, il Corriere della Sera ha rilanciato la notizia che per numeri e argomento ha ovviamente acceso l’interesse di media e social. A far da cassa di risonanza ha contribuito anche il taglio proposto dall’edizione online del quotidiano: l’autore del pezzo parla infatti di “cacciatori di trofei” che trattano “gli animali appena abbattuti come fossero coppe” e che “per amor della natura […] posano con grande orgoglio davanti ai trofei appena conquistati a suon di pallottole”, non riuscendo evidentemente a capire il nesso tra caccia (perché no, anche ai trofei: ma chi un po’ ne sa lo capisce senza bisogno di essere imboccato) e conservazione.

La risposta del Safari Club

Il Safari Club non è certo rimasto a farsele cantare senza battere colpo: la risposta è stata affidata a Luca Bogarelli, segretario dell’Italian Chapter, che nota in primis come la raccolta di firme non sia altro che “un tentativo di boicottare […] la libera riunione di persone incensurate e dedite a una attività riconosciuta e regolamentata da precise leggi secondo il codice civile italiano e internazionale”. Bogarelli prosegue affermando che “i continui attacchi mediatici a chi pratica la caccia sono frutto di una totale ignoranza in merito alle tecniche, alle modalità e alle dinamiche ambientali secondo le quali si svolge tale attività che, nel rispetto delle regole, risulta essere un fondamentale contributo alla difesa dell’ambiente naturale e allo sviluppo del territorio” e ricordando le opere di conservazione messe in pratica dal Club grazie ai finanziamenti dei propri soci. “La caccia in Africa, che suscita tanto clamore negativo da parte di un’opinione pubblica disinformata”, si legge infine nella risposta, “è una garanzia di tutela del patrimonio faunistico di territori altrimenti destinati allo spopolamento. I veri nemici della fauna selvatica sono il bracconaggio, l’antropizzazione delle aree selvagge e la conseguente diffusione delle attività agricole e della pastorizia. Il Safari Club ribadisce infine la sua totale dissociazione e la denuncia da azioni di caccia eticamente scorrette o non in linea con gli standard del comitato interno.

La sintesi? No, la convention non dovrebbe essere in pericolo e no, non lo è neppure la caccia; ma questo piccolo grande caso mostra ancora una volta tutti i limiti di un tentativo di democrazia (?) diretta senza mediazioni.