Esiste un Veneto d’acqua e di canne, di silenzio e di orizzonti aperti, dove il confine tra terra e mare sfuma in un reticolo millenario di canali e specchi d’acqua: sono le valli da pesca della Laguna Veneta. È qui che si trova Valle Paleazza, un vero e proprio paradiso naturale risorto a nuova vita, che ho avuto il privilegio di visitare accompagnato da Nicolò Fabbriziani, rappresentante dell’associazione AB (Agrivenatoria Biodiversitalia).
A guidarci in questo mosaico ambientale è Antonio Capodaglio, concessionario della valle, cacciatore per profonda passione e attento gestore della pesca valliva. Guardando oggi la ricchezza di flora e fauna che popola Valle Paleazza, si stenta a credere che, prima dell’arrivo di Antonio, questo luogo versasse in uno stato di quasi totale abbandono.
Rendere un’area umida un’oasi di biodiversità non è un processo spontaneo, ma il frutto di una presenza umana costante, competente e sacrificata. La conservazione degli habitat idrici richiede un lavoro quotidiano immane e fortemente oneroso:
- Spurgo e manutenzione dei canali per garantire il corretto ricircolo delle acque.
- Gestione dei fondali per favorire il nutrimento delle specie bentoniche.
- Mantenimento e pulizia dei canneti, che altrimenti tenderebbero a soffocare i bacini.
- Sapiente regolazione dei livelli idrici, indispensabile per offrire il microhabitat ideale alla sosta, all'alimentazione e alla riproduzione dell'avifauna e delle specie ittiche.
Un impegno economico e fisico quotidiano che Antonio affronta con un entusiasmo incrollabile, alimentato da una ricompensa speciale: l'emozione delle albe invernali vissute dalla sua "botte", il tipico appostamento galleggiante della tradizione lagunare. Da lì, nel silenzio della nebbia che si dissolve, il suo sguardo domina cieli attraversati dai grandi stormi di alzavole, germani, fischioni e trampolieri. Come ci confessa lui stesso ogni volta, «un cacciatore non si abitua mai alla bellezza della natura: ogni giorno cerca di rivivere emozioni che si presentano puntualmente diverse».
Attraversiamo la laguna alla fine di giugno. L’estate, in teoria, dovrebbe essere la stagione meno propizia per l'avvistamento della fauna selvatica. Eppure, Valle Paleazza smentisce ogni previsione e si rivela un'esplosione di vita: siamo letteralmente circondati dal rosa acceso dei fenicotteri in volo, mentre lungo le rive le volpoche nuotano e sorvolano i canali senza mai allontanarsi dai loro piccoli. Dai bordi della fitta vegetazione, i germani reali si involano al nostro lento passaggio, testimoniando quanto questo ambiente sia diventato un rifugio sicuro per le nidificazioni. Oggi questo "paradiso ritrovato" apre le sue porte anche al mondo dell'istruzione: compagnie di studenti e di ragazzi disabili in cerca di contatto con la natura visitano la valle, potendo osservare dal vivo specie selvatiche che altrimenti vedrebbero solo sui libri di testo.
Una riflessione necessaria
Di fronte a questo scenario, la domanda sorge spontanea e profonda: quanti, tra coloro che riempiono le piazze o i social di parole a difesa della natura e di aprioristiche condanne verso i cacciatori, sarebbero disposti ad assumersi gli oneri finanziari, la fatica fisica e la responsabilità quotidiana di persone come Antonio?
La risposta la conosciamo già. Ma invitare a una riflessione serena e priva di pregiudizi è un dovere nei confronti della realtà dei fatti. Senza la passione, l'investimento e la gestione attiva dei cacciatori-conservatori, ampie porzioni del nostro patrimonio umido andrebbero inesorabilmente incontro al degrado e all'interramento. Valle Paleazza dimostra che quando la passione venatoria si coniuga con la gestione del territorio, a vincere è sempre la natura.




