
Nel tesserino che rilasciano gli ATC dopo i fagiani ci sono le starne. Capi, prelievo, maschio e femmina etc. etc. E tutto questo senza ridere... Cioè, come se poi fosse vero che magari uno piglia, esce coi suoi cani e alla fine della fiera - vuoi per scienza, benedizione celeste o mero culo (credo siano la stessa cosa) - in una qualche brigata prima o poi c’inciampa. ...Palle! Palle, ché in quasi tutt’Italia, le starne sono estinte da almeno 15/20 anni!! Senza nessuno che le rilascia, poi. Nessuno che le ripopola. E pur se lo facesse, male gliene incorrerebbe: a lui, innanzitutto, che solo sprecherebbe denari pubblici da destinare più proficuamente magari ad altre cose. Alle starne (o dette tali), dunque. Che in un ambiente che più non è il loro nemmeno per idea, a meno non imparino ad andare al centro commerciale a farsela la spesa, chiamare la protezione civile se putacaso gli zompano addosso branchi e branchi di cornacchie a sterminargli le covate, farsi dare un alloggio popolare nel periodo degli sfalci a ripetizione e delle zolle ribaltate a getto continuo, le possibilità di sopravvivenza sono ormai ben oltre il sottozero! Dice: magari parli di un’isola infelice... No, purtroppo questa è la dura realtà di un’Italia tutt’intera. Pallido ricordo ormai del Bel Paese che fu, nel quale le eccezioni servono sempre a più a fare la regola. Cosa questa reciti, è presto detto: le starne non sono più! Come tutte o quasi le buone cose d’una volta...

E allora perché continuano a comparire quasi dappertutto nei discorsi al bar e in armeria? Perché se ne parla e manco poco? Perché addirittura gli ATC e le Provincie e le Regioni la trattano come specie addirittura cacciabile?
Perché anche se le starne non ci sono più, come sia continuano a sopravvivere nei sogni e nei desideri di cani e cacciatori, che è altrimenti per dire che forse e per quanto quest’affermazione possa sembrare paradossale, le starne non moriranno mai! Come le speranze.
Stabilito quindi che le starne pur non essendoci nei grandi numeri, comunque sopravvivono, vediamo di capire dove e come e in ogni senso e spigolando fra surrogati, leggende e piccole realtà che hanno del miracolistico...
Mitiche scopine!

Quali sono dunque le starne che non ci sono più? Quelle vere, che nascevano in campagna e in campagna figliavano e morivano. Quelle che dalla notte dei tempi erano partite dalle steppe desolate della lontana Mongolia, per seguire passo passo sino all’Europa mediterranea l’uomo agricoltore, di cui è animale quasi simbionte. Quelle che per il loro numero, la loro tipicità, la presenza un tempo pressoché ubiquitaria - dalla bassa montagna al piano passando per il calanco - erano gli “uccelli” foresti, selvatici per antonomasia: le galline esterne, externarnae (di qui: starne), cioè fuori della corte.

Su di esse e solo su di esse, s’è costruita tutta la grande, classica cinofilia venatoria come la conosciamo. Dagli standard, alle razze (fuori il solo breton, a monte concepito per altre destinazioni d’uso). Dalle modalità di dressaggio, alle tipologie e metodiche di lavoro: tutto.
Erano piccoline, veloci nel volo. Vivevano in brigate, raramente facili ad accostarsi; più solito il contrario, di qui l’esigenza di servirsi di grandi cani per poterle reperire e negoziare. Cani dalla cerca ariosa quanto sagace. Cani altresì dalla ferma perentoria, sicura, capace di trasformare in un nulla poderose macchine da corsa in vere e proprie frecce conficcate nel vento. Le guidate poi, le prudenti e sapide guidate fra le stoppie con la brigata innanzi che tentava di sottrarsi di pedina, al termine delle quali si sparava col cuore in gola in una massa di puntolini grigio/fulvi che parevano sassi che la terra spargeva ai quattro venti con un suono di mitraglia. Non erano raro aprire due buchi nel cielo sparacchiando a casaccio nel mucchio, specie poi se alle prime licenze. Come non era raro, dopo l’occasione perduta, lasciarsi andare alla più cupa disperazione. E adesso dove saranno finite?

Il cacciatore esperto - a parte che manteneva la calma al tiro, e sparava prima su una, e poi sull’altra, confezionando spesso soddisfacentissime coppiole avendo cura di concentrarsi sui capi periferici del volo - sapeva che c’erano due metodi infallibili per ribeccarle in ogni caso:
1) da una parte conosceva zona per zona le varie rimesse, doveva conoscerle per forza nei suoi terreni!
2) dall’altra, era una regola quella che di lì a poco avrebbe fatto sì che le superstiti prendessero a richiamarsi l’un’l’altra, rendendosi di fatto abbastanza facilmente rintracciabili.
Una legge non scritta in ogni caso, lo avrebbe portato certamente verso altri lidi e altri calanchi e altre piane a cercare d’incrociare i ferri con altre starne, un’altra brigata vedi mai... No, non solo per sport, ma anche e soprattutto per quella saggia mentalità a metà strada fra la saggezza contadina e quella del buon padre di famiglia d’una volta, per la quale si utilizzava nella vita di tutti i giorni solo l’interesse serbando sempre il capitale.

Saggia filosofia perduta in tutti sensi.
Peccato che tal volta arrivino come sia i “delinquenti” che prendono e ti portano via tutto. Che in questo caso sono stati:
1) meccanizzazione selvaggia dell’agricoltura, con preponderante uso della chimica e della monocultura.
2) Abbandono delle campagne da parte di contadini e mezzadri, specie nella fascia collinare.
3) Scarsa tutela della specie sotto ogni profilo, che in certi comprensori doveva e poteva essere salvata.
4) Cementificazione e urbanizzazione selvagge.
5) Caccia dissennata: quella cioè che – diciamocelo - in certi casi ha dato il colpo di grazia a quel che già di suo aveva fatto una pessima o nulla gestione.
Gli è infatti che il saturnismo a 400 metri al secondo, è malattia irreversibile...
Starne comunque!

Si diceva tuttavia che anche se pressoché estinto ormai il ceppo originario, le starne in ogni caso sopravvivono. Bene, al di là di quelle di vento dei sogni e di quelle di carta dei racconti, quali allora? E come soprattutto? E dove poi?
Or bene, quali siano è presto detto il tutto poi riassunto in una sorta di gerarchia di merito sulla quale è bene meditare e che rivela modi e luoghi:
1) le starne allevate in batteria e poi lasciate a pagamento nelle aziende faunistico venatorie.
2) Quelle delle riserve private, spesso come le prime ma giù nel terreno da più tempo.
3) Quelle frutto di lanci e tentativi d’immissione; alcune delle quali riescono addirittura a passare la stagione e poi a figliare dando vita a fenomeni davvero interessanti.
4) Quelle frutto di progetti ambiziosi quanto sperimentali che tuttavia se fatti a modo...
5) Le starne frutto di sotto ceppi arcaici, arroccate – pare - in parchi e bandite e luoghi inaccessibili fra gli Abruzzi, il Lazio e le Marche.
6) Le starne vere (e quelle meno vere) dell’estero...
Andiamo dunque a valutarle caso per caso, e da tutti i punti di vista...
Starne aziendali

Esistono nelle aziende faunistico venatorie delle bestie starnomorfe che a pagamento - un tot l’una, o pacchetto forfettario - vi permettono di cercarle con un cane e poi abbatterle. Appena mollate in campagna, sono solo un tantino più decenti del solito pollastrone puzzolente di merda e di voliera e manco sempre. Trattasi infatti in ogni caso di misere galline volanti che a malapena stanno alle starne VERE quanto il pechinese obeso col capottino della vostra vicina a un lupo siberiano!
A cosa servono? Beh, a chi se ne strafrega di avere cani da ferma inferociti con cui confrontarsi con selvatici veri in territorio libero, capaci cioè di accontentarsi della fiction, divertirsi così e via andare. Per gli altri invece, possono essere un sostituto del solito fagiano per far abboccare un cucciolone che necessita di qualche cosa di diverso da fermare e metter sotto ai denti, per far partire la passione e cementare la ferma.
Ovvio che vanno usate cum grano salis. Senza poi cadere nell’errore marchiano di credere che così si abbia un cane che trova e ferma le starne; per cortesia, non facciamo ridere...
Se vi s’incappa in sessioni a recupero, o se sono state lanciate da più giorni, vanno benissimo per incontrare e sparacchiare un po’ in allegria con amici e conoscenti e senza tanti patemi; magari in quei giorni in cui a giro non c’è più un fagiano, le quaglie sono sparite, e di beccacce e beccaccini non ce ne ombra che il passo è fermo stagno. I cani seri, le stracciano. Fucili appena decenti, le fulminano. Vero com’è vero che non hanno queste un comportamento che uno che le renda davvero simili alle starne: s’infrattano nei roveti, infatti. Reggono ferme ad libitum. Frullano a colonna e certo non con la rabbiosa frequenza delle scopine. Non conoscono il territorio e svolacchiano dove capita, se imbrancate (e s’imbrancano), diventano un po’ più difficili, ma la musica cambia poco che restano come sia ancora troppo confidenti. Cioè, poco selvatiche. Facili...
Starne riservate

Capita anche da noi in Italia ancora, di trovare alcune serie riserve private dove la starna è immessa e curata con tutti i crismi.
Nessuna di queste viene da soggetti di cattura del ceppo originario, trattandosi per lo più di roba “chimica” da incubatrice. Poche riescono a passare la stagione. Ancor di meno poi a procreare. Fra i pulli, meno ancora riescono a raggiungere lo stadio adulto. Quando questo succede tuttavia... magia! È da lì che si può e si deve ripartire per interventi di serissima tutela che tuttavia, per la natura come sia di “cacciodromi” di queste riserve, diventa quasi chimerico pensare di riuscire a porre in essere. Peccato! Vero com’è vero non di meno, che in luoghi come questi, specie poi se il territorio le avvantaggia e i cani non sono quel che devono essere, ecco che queste finte/vere starne danno tanto di quel filo da torcere che non si può nemmeno immaginare.
Sono, potendolo, proprio i luoghi ideali dove portare cani dall’anno in su, che già abbiano solide base sui fondamentali per fargli conoscere un po’ di caccia decorosa, senza patemi e senza pericolo d’incappare in sparatori folli nei paraggi. Unica controindicazione: se non se ne possiede una o non s’è quotisti, bisogna riuscire a farsi invitare in una di queste riserve. Ed è più difficile che trovare una starna vera nel parcheggio sotterraneo d’un centro commerciale!
Starne ho detto, che di galline che spingono carrelli a tacco 12 invece è pieno...
Starne FUORI

Possiamo e dobbiamo così indicare quelle starne che tra coraggiosi esperimenti, autentici miracoli e leggende campagnole, si prova in ogni modo a far vivere fra terreno libero e demani, cioè, in zone teoricamente di non particolare tutela che non sia quella del semplice divieto di caccia (nelle riserve, ci si da sempre parecchio da fare).
Credo che il caso da portare ad esempio in senso assoluto a livello nazionale, sia quello di Leonessa nel reatino (provincia di Rieti), dove con una partnership fra ATC locali, associazioni di appassionati ed Università della Tuscia sono riusciti nell’autentico miracolo di riavere parecchie brigate autoriproducentesi da anni allo stato libero, selvaggio. Cioè, c’arianno le starne come una volta! Brigate d’estate/autunno che diventano coppie a febbraio e poi a loro volta brigate. Le starne. Frutto d’una gestione oculatissima che, mi spiegava l’amicissimo Alfio Guarnieri, è partita come si doveva da intensi, massicci ripristini ambientali seguiti da spietata quanto capillare lotta ai nocivi e relativa cura e salvezza da qual si voglia tipo (per ora) di pressione venatoria. Cioè, come nelle riserve private ma con una marcia in più.
A che servono, si chiede lo sprovveduto?
Ma a fare cani come si deve! Risponde il sagace cacciatore. A fare il cane e quindi a provarlo contro altri cani: in sessioni genuine di grande cerca e gare d’ogni sorta. Ché nessun’altro uccello permette di mettere le ali ai piedi ai cani, ne cementa lo stile insegnandogli a cercare nel vento e tramite lacets d’ampiezza adeguata, ne consolida ferma e guidata quanto la starna quand’è vera!!!
Già, la starna vera...
Come accennavo, pare che arroccate fra balze ardite e cenge da cotorni (anzi, assieme a questi) vivano ancora negli Appennini centrali alcuni gruppi/brigate di ancestrali scopine fattesi montanare o quasi in attesa che anche al piano ed in collina tornino condizioni che ne possano garantire minimale sussistenza...
...Una favola bella a cui mi piace credere!
Starne STRANIERE
Per il cacciatore giramondo che ami e voglia confrontarsi con starne vere (occhio a scegliere bene, che in molti posti non lo sono più, in quasi tutta la Polonia per esempio), non c’è che l’imbarazzo della scelta, posto che si sappia quello che si vuole e poi sia giusto fare: ogni cosa è dettata dalla stagione dei nostri cani...

- Cuccioloni da sgrezzare e da buttare sui primi veri, entusiasmanti e difficili incontri: si tratterà di sessioni senza sparo, da portarsi magari a caccia chiusa ma lontano dai periodi riproduttivi degli uccelli. Per tutto questo la “palestra d’ardimento” è a Zara, in Croazia, dalle zone delle mitiche “Antenne” passando per Knin, da Zemunik sino ad arrivare oltre Benkovaz e via per le piane immense, sterminate, che si vedono a destra e a sinistra della strada che porta a Skradin e dunque ai parchi di Krka (il paradiso terrestre). Poche ciance, si arriva e si scioglie vento in faccia e vai di starne... Ecco, le finzioni finiscono, i sogni si concretizzano o s’infrangono. Capisci finalmente cos’è quel quadrupede carnivoro che ti porti appresso già da un po’, e se hai occhio, ne riesci al leggere il destino. È un esame infatti, e il voto lo danno le starne, con promozioni e bocciature senza esami di settembre...
- Cani sub adulti di 18/24 mesi cui necessità l’implementazione di tutte le doti venatiche: parliamo di caccia-caccia, con sparo e riporto e tutto il resto. Ottime zone ci sono in Serbia, Bosnia e Macedonia sino ad arrivare in Bulgaria e Romania. La più lontana Bielorussia poi per non parlare poi della mitica Mongolia, ora come ora tuttavia irraggiungibile. Consiglio vivamente di usare i vari incontri in loco (quale sia la meta) come mezze sessioni di prova/addestramento. Quindi non si spara per nessuna ragione su più di un capo per volta (dove si può sparare, che ad esempio in Croazia è chiusa). Non si va che una due volte massimo sulle rimesse. Si lascia più campo possibile al cane, cercando di migliorarne il più possibile stile personale e di razza, se possibile; il tutto con un occhio, anzi tutti e due all’efficacia. Manco dico che su brigate o singoli capi sfrullati o peggio non sentiti, NON si spara per nessuna ragione.
- Cani adulti, fatti e rifiniti, soggetti cioè già al 100% del loro potenziale specifico: le mete sono quelle, punto. Si piglia e si va a caccia evitando come la peste di ribattere le brigate. Cioè, si spara SOLO sulla brigata. SOLO s’un uccello per volta. Senza mai andare a ribattere i singoli soggetti sbrancati, ma cambiando del tutto zone per non correre nemmeno il rischio d’incapparci... No, non per stupidi moralismi o altro. Ma solo per nostra specifica e particolare convenienza, cioè per “santo egoismo”. Coi cani di oggi, infatti. Come si spara oggi più o meno tutti. Con cartucce e i fucili di oggi, se non ci si regola da soli, una brigata la si pulisce in meno di una mattinata. Bene. Anzi, malissimo! E DOPO...? Spero di essermi spiegato...
Tecnica venatoria

Riguardo alle starne, questa è davvero al grado zero, vero com’è vero che qui tutto il pallino della faccenda è in mano al cane. Bracco, pointer, kurzhaar o setter che sia infatti, o lui va e trova e ferma e guida e tratta sempre a modo le starne, oppure tu sei solo un povero idiota in mezzo a un campo che fa podismo armato menando seco una carogna spisciacchiante e sgagazzante: tertium non datur.
Un tempo, da noi si faceva così, specie in montagna ed alta collina, dove questa caccia era leggenda: arrivati a buio, ci si metteva all’ascolta delle starne che si chiamavano sull’alba. Con noi, erano uno o due amici fidati e i loro cani, spesso un ragazzetto appassionato senza cane né fucile che si lasciva di vedetta quale avvistatore in grado di marcare il punto di rimessa di un’inafferrabile brigata (detto infatti marca).
A giorno, si scioglieva nel vento, lasciando che fossero i cani a guidare i nostri passi e noi i loro, solo un poco e solo a gesti e flebili sussurri rotti solo dai tuoni degli spari...
Armi (munizioni) e tiro

Il fucile d’elezione per la caccia alle starne è un basculante (doppietta o sovrapposto a seconda delle preferenze), dalle canne certo non cortissime (65 cm. minimo, per far bruciare bene le polveri progressive delle cartucce che andremo ad impiegare) e abbastanza strozzate, dato che spesso si spara lungo anche al servizio di cani formidabili. Capiamoci, non è che l’amante del semiauto a tutti i costi munito d’ “attrezzo” con tubo mediamente strozzato (***) parta chissà mai quanto svantaggiato; in fondo, basta giocarsela con le cartucce: 7 e ½ senza contenitore in prima, 7 con contenitore in seconda a grammatura pesante, 6 come la seconda quale terza. E solo che qui davvero, due diverse tipologie strozzature e relative munizioni, sono davvero un vantaggio privarsi del quale sarebbe un peccato. Perfetta quindi un’arma leggera ma non leggerissima, sui tre chili se in 12 e sui 2,7 se in 20, con canne dal 66/70 centimetri e rispettivamente strozzate **** e ** o *** ed *, camerate standard (il magnum non serve) e armate da cartucce di carica standard senza contenitore a piombo 7 in prima canna, e 6 o 5 con contenitore e carica seria rispetto al calibro come seconda.
È una mia fissa, ma preferisco sempre il bigrillo per le ragioni di cui sopra, così come gli estrattori manuali od ecologici, per evitare in alcun modo di spargere bossoli per i campi: che amo lasciare sempre come ho trovato, anche a 10.000 chilometri da casa...






