Se siete cacciatori esperti sapete già, ma anche i neofiti si accorgeranno in breve tempo, che i luoghi scelti e frequentati dai selvatici, tutti o quasi, si confermano con puntualità nel tempo per una serie di pochi ma fondamentali fattori ambientali. Oltre all'esempio pratico che ci offrono i migratori, come le beccacce, i tordi, le quaglie, i colombacci che oltre a percorrere le medesime rotte legate al campo magnetico terrestre, scelgono i medesimi luoghi di sosta e permanenza stagione dopo stagione; ciò avviene anche per i selvatici stanziali.

Per intenderci, dove le starne selvatiche ormai alcuni decenni fa popolavano le colline italiane cacciate dai nostri nonni potrete star certi che troverete anche oggi introducendo soggetti di allevamento le brigate nello stesso identico punto in cui vi raccontavano di aver trascorso le loro giornate di caccia. Potrà essere poi diverso l'esito o la durata di questi animali non abituati alle insidie della vita selvatica, ma pur effettuando introduzioni di animali in siti anche relativamente distanti da quelli noti e vocati, vedrete che l'istinto e le condizioni di quei luoghi richiameranno il ritorno degli animali. Sono aspetti che anche personalmente ho avuto modo di osservare e approfondire negli anni.
Detto questo e tornando al nostro argomento in questione dei ripopolamenti è dunque fondamentale prendere in considerazione le zone vocate alla presenza delle diverse specie dei selvatici perché evidentemente ci sono condizioni favorevoli alla loro alimentazione e al rifugio da insidie e predatori. È consigliabile quindi evitare di immettere i selvatici con logiche che poco hanno a che fare con gli habitat ma con la copertura uniforme del territorio cacciabile o addirittura con la copertura delle zone abitate dai cacciatori in modo che nessuno si senta escluso, non tutti i luoghi sono idonei e mentre gli animali non hanno poi modo di spostarsi in zone migliori i cacciatori si, possono raggiungere le zone migliori di caccia. Concentratevi quindi nei momenti dei ripopolamenti su questi luoghi precedentemente identificati cercando di non lasciarvi tentare dalla curiosità sperimentale che in natura purtroppo riscontra poco successo.
Un tempo l'agricoltura non intensiva con rotazione delle colture e tempi di lavorazione molto più lenti lasciavano ai selvatici molta più disponibilità alimentare. I boschi e i fossati che rappresentavano delle risorse di legname per la popolazione rurale venivano gestiti con tagli e potature, i territori di pianura e di collina soprattutto garantivano habitat favorevoli alla permanenza e alla riproduzione di piccola selvaggina stanziale e molto meno inclini alla presenza di ungulati e predatori che invece per le ragioni opposte, con l'abbandono delle campagne, l'avanzata delle monocolture intensive, la grande espansione di macchie e boschi spontanei hanno avuto il sopravvento causando il forte declino delle altre specie.
Aspetti del territorio da tenere in considerazione

Allo stato dei fatti, restando fedeli alla realtà che ci impone di escludere il ritorno di lente e felici ere bucoliche possiamo però porre attenzione e consapevolezza nella gestione di alcune fasi che possono ancora dare dei margini di riuscita nei nostri territori anche con le monocolture in atto. Partendo dal presupposto che la condizione ideale sarebbe la cattura di selvatici già presenti allo stato selvatico e il loro irradiamento nel terreno libero, siamo consapevoli per molte ragioni, alcune delle quali sopra esaminate che raramente queste si verificano in maniera diffusa e portano quindi gli ambiti territoriali a scegliere di introdurre selvatici provenienti da allevamenti. Accettato questo compromesso con il quale i cacciatori auspicano vengano scelti selvatici allevati con criteri non intensivi, resta il problema dei fattori ambientali esterni che nel periodo invernale dei ripopolamenti non offrono agli animali risorse alimentari necessarie a sostenere il prossimo periodo riproduttivo.

Per questo, uno degli aspetti a cui provvedere per mancanza di risorse alimentari esterne almeno nella prima fase dell'introduzione sarebbe nelle aree consentite l'installazione di mangiatoie pensili per far si che ci sia un'integrazione alimentare nel momento riproduttivo e i selvatici possano trovarsi in condizioni fisiche adeguate al sostegno della prole. Non solo, fra le monocolture ce ne sono alcune come le erbe mediche che pur costituendo un rischio nel periodo primaverile degli sfalci, rappresentano comunque luoghi in cui si mantiene la presenza di essenze vegetali e umidità, quindi di larve, lumache e altri invertebrati, quel minimo di biodiversità e di possibilità alimentare necessaria ai fasianidi e alle lepri. I campi di erba medica solitamente prevedono anche una rotazione più lenta e dunque anche una certa stabilità del paesaggio per i selvatici. Tenere in considerazione questi appezzamenti di terreno magari confinanti con qualche zona di bosco che consenta rifugio agli animali è sicuramente cosa da preferire rispetto ad altri ambienti per i ripopolamenti. Anche nelle stagioni più aride la stessa rugiada notturna trattenuta dalle foglie può a volte rappresentare una minima risorsa idrica sufficiente per gli animali in attesa del ritorno delle piogge.
Il momento della liberazione in natura

Passando poi ai consigli pratici sulla pratica di introduzione dei selvatici, non mancano sul web immagini ed esempi nefasti che mostrano la liberazione approssimativa e improvvisa di fagiani o altri animali letteralmente gettati in aria e messi in volo durante il rilascio, esponendoli a rischi e criticità del tutto evitabili. Trattandosi di animali provenienti da allevamento e probabilmente stressati anche da spostamenti è fondamentale procedere con un graduale rilascio, il meno invasivo possibile, evitando in ogni modo che possano trovarsi impauriti, disorientati o stremati al termine di un volo inutile ed evitabile in una zona sconosciuta. Errori grossolani del genere sono paragonabili alla pretesa che un comune cittadino, non proveniente da un addestramento militare ma cresciuto nel comfort della vita urbana, venga bendato e paracadutato in zona sconosciuta e semi deserta, abitata spesso da nemici e predatori per atterrare e stabilirvisi senza la minima disponibilità di beni di prima necessità o di un momento di ristoro necessario a capirne almeno l'orientamento nello spazio. Non è difficile intuire come invece un minimo di organizzazione e accoglienza possano fare una differenza vitale.

La pratica meno invasiva da mettere in atto dopo aver valutato la zona idonea al ripopolamento è portare i fagiani in prossimità di un luogo in cui siano vicini un punto di abbeverata e di possibile pastura. Da questo momento si può procedere con una silenziosa e lenta apertura di un punto di uscita dal contenitore, scatola o gabbia, attentamente rivolti verso un punto in cui la vegetazione sia mediamente fitta da permettere agli animali di camminare nel sottobosco ma non di spiccare immediatamente il volo. Il cacciatore che svolge queste operazioni può restare a debita distanza in silenziosa osservazione accertandosi che tutti i fagiani si allontanino dal contenitore. In questo modo il nucleo dei fagiani solitamente composto da un maschio e due femmine, oppure nel migliore dei casi, in un rapporto di due maschi e quattro femmine, lasceranno gradualmente la cassa per ritrovarsi uniti nell'esplorazione del nuovo territorio, trovando subito cibo e acqua necessari ad un primo immediato superamento del momento di ambientamento. In questo modo si eviteranno voli estenuanti, dispersione dei nuclei dei fagiani che a volte possono impiegare molta fatica e tempo per il ricongiungimento e una totale esposizione nei confronti dei predatori, rapaci o altri, presenti sul territorio. Poi la natura farà il suo corso, con la selezione necessaria che supereranno gli esemplari più resistenti e vigili nei confronti delle avversità, ma noi da cacciatori, potremo dire di aver posto le basi minime necessarie per la sopravvivenza e la permanenza degli animali. Il fine ultimo poi, personalmente mi permetto di ricordarlo, dovrebbe essere la creazione di nuovi nuclei e nidiate sul territorio di cui una parte andranno giustamente a soddisfare le future giornate di caccia e cinofilia ma la grande maggioranza dovrebbe dare vita a nuove generazioni di animali nati in natura, da conservare e aumentare nel tempo, perché la logica dell'acquisto, consumo e riacquisto, funziona per altri beni di mercato nei grandi magazzini, ideali per avventori della domenica, per cacciatori e cinofili no.










